Martedì 22 Gennaio 2019 | 08:05

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Attentato ad Altamura «Ho accompagnato io chi ha messo la bomba»

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di GIOVANNI LONGO

Mezzanotte, quindici minuti, quattro secondi. Un bagliore squarcia il buio di un giovedì in apparenza uguale a tanti altri. Un boato, il 5 marzo scorso, sveglia mezza Altamura, sconvolgendo per sempre la vita di molte persone. A partire da quella di Domenico Martimucci, da quel giorno in coma. Presunti mandanti ed esecutori della strage in cui otto persone sono rimaste ferite (ma il bilancio poteva essere molto più grave) sono stati arrestati ieri. Si tratta di Mario Dambrosio, fratello del boss Bartolo (a sua volta ucciso in un agguato quasi cinque anni fa), di 43 anni, ritenuto dagli investigatori il mandante; Savino Berardi, di 25 anni, di Altamura, colui che materialmente avrebbe posizionato l’ordigno; Luciano Forte, di 21 anni, incensurato, figlio di un poliziotto, che avrebbe accompagnato Berardi davanti alla sala giochi (finito ai domiciliari). L’ordinanza è stata notificata in carcere anche a Nicola Centonze, di 37 anni. Lui con la strage non c’entra. È accusato di spaccio di droga. Il reato ipotizzato per gli altri tre è strage. Aggravata dal metodo mafioso.

Del resto, chi ha sistemato quasi un chilo di tritolo sul davanzale della finestra della sala giochi Green Table ha visto che all’interno c’erano ancora ragazzi, non si è fermato davanti a niente, agendo con «modalità plateali», provocando «allarme sociale», rafforzando «il messaggio omertoso a chi doveva intenderlo».
Lo scenario descritto nelle 104 pagine della misura firmata dal gip Francesco Pellecchia, che condivide l’impianto accusatorio prospettato dai pm antimafia Renato Nitti e Giuseppe Gatti, è inquietante. Tutto ruota - secondo secondo i Carabinieri del reparto operativo e della compagnia di Altamura che hanno condotto le indagini - intorno al desiderio di Mario Dambrosio, convalescente dopo essere stato ferito in un agguato il 31 luglio 2014, di eliminare un concorrente. Non gradiva che i frequentatori delle sue sale giochi avessero preferito il Green Table. Prima avrebbe intimidito i frequentatori, facendo sapere loro che era tornato, poi avrebbe commissionato la strage.

I Carabinieri arrivano a lui attraverso due strade. Partono da una Punto bianca con un fanale posteriore non funzionante «seguita » dalle telecamere di sorveglianza a ridosso del boato. I militari la cercano in città. Finalmente la trovano. È in uso al figlio di un poliziotto in servizio a Matera. Nel frattempo dalle intercettazioni i militari vengono inidirzzati verso il presunto mandante. In carcere Pietro Antonio Nuzzi, accusato del ferimento del suo rivale, Dambrosio, parla con i famigliari. «Mario è stato?», chiede con un labiale. La risposta è affermativa. In quel colloquio si apprende di una cena in pizzeria poco prima della strage. Le immagini e il ristoratore confermano. C’erano Mario e Forte. A Bari, in quei giorni, presunti esponenti del clan Di Cosola che avevano un appuntamento con Dambrosio, mettono gli inquirenti sulla pista giusta. Nei giri criminali baresi e altamurani la pista sembra chiara. «Cosa ha combinato!», dicono. Ma certo non basta per arrestare qualcuno.

I Carabinieri mettono alle strette Forte. È lui l’anello debole. Il giovane crolla. Dice che un paio di giorni prima della strage ha assistito a un incontro tra Dambrosio e Berardi in cui il primo avrebbe chiesto al secondo di mettere una bomba alla sala giochi. Forte cerca di limitare le sue responsabilità. Pensa che quel pacco che Berardi prende la sera del 5 marzo contenga droga. Il boato e il bagliore lo sente pure lui. Le sue dichiarazioni saranno decisive.

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