Mercoledì 23 Gennaio 2019 | 13:26

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Scuola, Bari capitale della lotta dei precari

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di ANTONELLA FANIZZI

BARI - L’obiettivo è ambizioso: non il blocco delle lezioni e di tutte le attività didattiche, ma addirittura la chiusura delle scuole. I promotori dello sciopero del 5 maggio sono convinti che l’adesione sarà massiccia. I presupposti ci sono tutti: dopo anni di lotte frammentate, questa volta i sindacati sono uniti nell’azione di respingere la riforma del premier Renzi. «Questa non è una buona scuola, è una scuola alla buona », tuonano i segretari regionali della Flc-Cgil Claudio Menga, della Cisl Roberto Calienno, della Uil Giovanni Verga, dello Snals Chiara De Bernardo e della Gilda Francesco Saverio Capacchione. Il 5 maggio Bari sarà la capitale della rivoluzione di tutto il personale scolastico del Meridione: sono attesi quaranta pullman e treni speciali da tutta la Puglia, dalla Basilicata e dalla Calabria.

Gli organizzatori stimano una partecipazione di 20mila addetti del settore. Il centro sarà paralizzato. Il corteo si muoverà alle 9.30 da piazza Castello per attraversare le vie San Francesco d’Assisi, Latilla, Quintino Sella, Abate Gimma, corso Cavour e corso Vittorio Emanuele. Comizio conclusivo in piazza Prefettura con il segretario nazionale della Gilda, Rino Di Meglio. Per strada, con una fascia nera in segno di lutto, scenderanno certamente i 18mila precari pugliesi, fra cui 10mila di Bari e provincia, fra insegnanti e personale Ata (ausiliari, tecnici e amministrativi) che da anni aspettano l’immissione in ruolo.

«Il problema - dicono i sindacalisti - è che questa riforma li mette gli uni contro gli altri. Si parla genericamente di 107mila assunzioni in tutta Italia, ma non è ancora definita la ripartizione su base regionale. Siamo in forte ritardo».
I promotori dello sciopero contestano il decreto legge sulla stabilizzazione dei precari, le materie che regolamentano lo stato giuridico del personale, gli eccessivi poteri che si vogliono attribuire ai presidi, che saranno però privati di soldi e unità lavorative. Le scuole di frontiera o di paese, quelle con pochi alunni, sono destinate a morire. Il Governo vuole tagliare 2mila bidelli che hanno il compito di garantire l’apertura e la chiusura degli istituti, la sorveglianza e la pulizia, oltre che ostacolare per motivi legati alla spesa le supplenze. Significa che ogni volta che l’unico bidello della scuola si ammala, l’istituto non potrà funzionare. Se invece ad assentarsi è la maestra dell’asilo, i bambini dovranno essere smistati nelle altre classi, sempre più numerose, perché il dirigente non potrà nominare un sostituto. Una riforma - tuonano i sindacati - che demolisce la scuola pubblica, peggiora l’offerta formativa, introduce il principio della competitività e mette in ginocchio un sistema che al Sud, flagellato da continui tagli, è già al collasso.

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