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La mossa di Vendola  Aqp ai Comuni entro due anni

di MASSIMILIANO SCAGLIARINI
BARI - Entro il 2017 una parte del capitale di Acquedotto Pugliese sarà trasferito ai Comuni. L’indicazione politica del governatore Nichi Vendola è diventata un impegno formale, messo ora nero su bianco in attesa di affidarne l’attuazione alla giunta che verrà: per non privatizzare il servizio, infatti, il piano di razionalizzazione delle partecipate prevede che la Regione ceda agli enti locali il controllo della principale azienda pubblica del Mezzogiorno
La mossa di Vendola  Aqp ai Comuni entro due anni
di Massimiliano Scagliarini

BARI - Entro il 2017 una parte del capitale di Acquedotto Pugliese sarà trasferito ai Comuni. L’indicazione politica del governatore Nichi Vendola è diventata un impegno formale, messo ora nero su bianco in attesa di affidarne l’attuazione alla giunta che verrà: per non privatizzare il servizio, infatti, il piano di razionalizzazione delle partecipate prevede che la Regione ceda agli enti locali il controllo della principale azienda pubblica del Mezzogiorno.

La questione diventa sempre più urgente man mano che si avvicina la scadenza della gestione del servizio idrico integrato, fissata per legge al 31 dicembre 2018: l’unica alternativa alla gara d’appalto, dunque all’apertura al mercato, è l’affidamento ad Aqp della concessione in-house. Ma per farlo, è necessario che la società affidataria risponda ai titolari del servizio, cioè ai Comuni, e non - come oggi - alla Regione che di Aqp detiene il 100%.

Il passaggio ha un valore formale evidente, anche se per l’avvio delle procedure bisognerà aspettare alcuni mesi. Dopo che il Parlamento ha cancellato l’obbligo formale di privatizzazione, previsto all’epoca del trasferimento del pacchetto azionario dal ministero dell’Economia alle Regioni, non ci sono più ostacoli formali per attuare il progetto. Il piano di razionalizzazione - fanno tuttavia notare dalla Regione - è stato adottato da un governatore in scadenza, che ha dunque difficoltà ad assumere decisioni di rilievo in regime di ordinaria amministrazione. Ecco perché Vendola ha scelto di valorizzare quanto già stabilito, e per il futuro ha dettato indirizzi che confermano le indicazioni strategiche emerse negli ultimi anni: salvaguardare a ogni costo la natura pubblica della gestione dell’acqua, pur senza individuare strumenti immediati di attuazione.

La cessione delle azioni ai Comuni pone infatti una serie di problemi, non ultimo il modello di governance. Ma in questo momento la Regione può assumere solo atti di amministrazione ordinaria o comunque urgenti: difficile dunque che possa procedere con la dismissione. Ci sono tuttavia i termini fissati dalla legge 190/2014, che prevede il monitoraggio dei tempi di attuazione del riordino delle partecipate: questo per dire che chi verrà non potrà lasciare il tema nel cassetto troppo a lungo. Ma, d’altro canto, bisognerà decidere se i Comuni dovranno entrare singolarmente nel capitale di Aqp oppure - come sembra - in forma aggregata, ad esempio attraverso l’Autorità idrica pugliese che oggi svolge il ruolo di affidatario del servizio: in un caso o nell’altro, la Regione manterrebbe solo la vigilanza.

L’Acquedotto (che il 4 maggio ha convocato l’assemblea dei soci per approvare il bilancio e il nuovo piano industriale) segue la vicenda da molto vicino, anche se da spettatore. «Siamo preoccupati - conferma l’amministratore unico di Aqp, Nicola Costantino - per la scadenza del 2018. Se fosse confermata la prospettiva di fare una gara d’appalto a partire dal 1° gennaio 2019, da metà del 2016 dovremmo bloccare gli investimenti per arrivare alla scadenza della concessione senza lavori in corso. E per la Puglia sarebbe una follia». I tempi per il trasferimento ai Comuni non saranno brevi, anche perché richiederanno una legge ad hoc: servirà un accordo politico, e andranno individuati meccanismi di controllo per evitare che l’azienda - oggi sana ed efficiente - torni ad essere la mangiatoia dei partiti. Tuttavia, nelle scorse settimane, Aqp ha proposto a Regione ed Aip una terza via: prorogare la concessione in-house, come è già stato fatto in Toscana, a fronte di un piano industriale che ha un fronte temporale molto più ampio rispetto alla scadenza della gestione. «In questo modo - dice Costantino - potremmo avere altri due-tre anni di tempo per portare a termine il riassetto della governance». 

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