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BARI - Può una donna di sessant’anni innamorarsi di un trentenne arabo, immigrato in Italia da Tangeri? Non secondo sua figlia, il vicino di casa, le colleghe e la famiglia marocchina di lui. Allora come superare e combattere il pregiudizio e l’ottusità sociale, nemici di un sentimento puro come l’amore, non bisognoso di troppe spiegazioni? La storia «scandalosa» è al centro del film L’amore non perdona, film del regista Stefano Consiglio
La love-story barese per una sessantenne
di Livio Costarella

BARI - Può una donna di sessant’anni innamorarsi di un trentenne arabo, immigrato in Italia da Tangeri? Non secondo sua figlia, il vicino di casa, le colleghe e la famiglia marocchina di lui. Allora come superare e combattere il pregiudizio e l’ottusità sociale, nemici di un sentimento puro come l’amore, non bisognoso di troppe spiegazioni? La storia «scandalosa» è al centro del film L’amore non perdona, film del regista Stefano Consiglio, al suo primo lungometraggio di finzione (dopo numerosi documentari di successo come L’amore e basta), interpretato da Ariane Ascaride, attrice tra le più apprezzate del cinema francese (vincitrice del César per Marius e Jeannette e due volte candidata agli European Film Awards), dall’attore tunisino Helmi Dridi e da Francesca Inaudi. Girato interamente a Bari tra novembre e dicembre 2013, con un solo giorno di riprese a Tangeri (Marocco), il film – da domani in tutte le sale distribuito da Parthénos, una coproduzione Bibi Film, la società francese Babe Film e Rai Cinema, realizzato con il sostegno di Apulia Film Commission - è stato scritto dallo stesso regista e da Mimmo Rafele.

«Oggi i tempi sono cambiati – spiega Consiglio -, una donna di sessant'anni non è più considerata a priori una nonna come vent’anni fa. La vita si è allungata e il film vuole descrivere un po’ questa linea di confine tra ciò che si pensava prima e adesso. I tabù non infieriscono più come prima, ma continuano ad esserci».

Da dove nasce l’ispirazione del film?

«Nel documentario L’amore e basta intervistavo una serie di coppie omosessuali. Nei vari dibattiti che seguivano alla visione molti spettatori mi chiedevano se ci fossero altri ostacoli alle relazioni di coppia: nelle risposte emergevano soprattutto le differenze culturali e religiose. È qui che nasce la radice del melodramma, la storia d’amore contrastata e impossibile che ho voluto raccontare, con la difficoltà che nasce dalle apparenti incompatibilità».

Perché ha scelto Bari e una piccola parte di Tangeri per l’ambientazione del film?

«Non volevo creare pregiudizi iniziali nel film: il personaggio maschile non doveva essere un clandestino ma un operaio. Inizialmente l’operaio fa pensare al nord Italia, a Torino; ma quando Ariane è entrata nel cast – lei è di Marsiglia con origini italiane – ho pensato a una connessione tra Bari e Marsiglia. E poi a Bari ci sono davvero tanti operai. Anche a Tangeri, come in Italia, volevo dimostrare quanto non ci fosse tutta questa apertura mentale. Entrambe le culture hanno i loro difetti e volevo raccontarli».

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