Giovedì 17 Gennaio 2019 | 22:56

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Fibronit, giustizia dopo trent’anni Con gli ex, scampati all’amianto

di GIUSEPPE ARMENISE
BARI - Almeno alla fine hanno avuto giustizia. Il 18 aprile 1974, come ricordato recentemente in un pregevole studio della baresissima Agata Mazzeo, master in Antropologia medica dell’Università di Amsterdam, la «Gazzetta del Mezzogiorno» titolava: «Avviate alla Fibronit le prime indagini - La vertenza giudiziaria Cgil-Cisl-Uil in fabbrica all’attenzione del pretore Binetti - Visita all’azienda - Nominati alcuni periti». L’odissea per la tutela della salute dei circa 500 operai che hanno varcato la soglia della fabbrica dell’amianto di Bari tra il 1935 e il 1985 e si sono ammalati per aver inalato le fibre di amianto, e sono in gran parte morti, era in realtà già iniziata da un po’. Ma è certo che da quel 1974 gli operai hanno cominciato ad aspettare. E a sperare
Fibronit, giustizia dopo trent’anni Con gli ex, scampati all’amianto
di GIUSEPPE ARMENISE

BARI - Almeno alla fine hanno avuto giustizia. Il 18 aprile 1974, come ricordato recentemente in un pregevole studio della baresissima Agata Mazzeo, master in Antropologia medica dell’Università di Amsterdam, la «Gazzetta del Mezzogiorno» titolava: «Avviate alla Fibronit le prime indagini - La vertenza giudiziaria Cgil-Cisl-Uil in fabbrica all’attenzione del pretore Binetti - Visita all’azienda - Nominati alcuni periti». L’odissea per la tutela della salute dei circa 500 operai che hanno varcato la soglia della fabbrica dell’amianto di Bari tra il 1935 e il 1985 e si sono ammalati per aver inalato le fibre di amianto, e sono in gran parte morti, era in realtà già iniziata da un po’. Ma è certo che da quel 1974 gli operai hanno cominciato ad aspettare. E a sperare.

Alla fine, nel 2004, trent’anni dopo, se non i riflettori delle grandi ribalte mediatiche spettati invece ai «cugini» del processo Eternit di Casale Monferrato, quegli operai hanno almeno ottenuto giustizia. Il giudice monocratico del Tribunale di Bari, Francesca Romana Pirrelli, accogliendo in parte le richieste del pubblico ministero, Ciro Angelillis, ha condannato per l’omicidio colposo di dodici loro ex compagni di lavoro, aggravato dalla colpa con previsione, un ex amministratore, quello sopravvissuto, l’unico sopravvissuto, ormai ottantenne. Dimostrata la responsabilità diretta del datore di lavoro il quale, non provvedendo a dotare gli operai di adeguati dispositivi di sicurezza, non ha impedito che fossero esposti al rischio.

Li ha in qualche maniera, in base al principio che «non impedire un evento, che si aveva l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo », condannati alla malattia e alla morte. Pena sospesa e nel frattempo passata in giudicato. Sentenza definitiva. Ci sarebbe anche un risarcimento ai famigliari delle vittime e alle parti civili.
Ma la Fibronit si è, nel frattempo, sciolta in una procedura fallimentare. E qui si spengono i riflettori anche se a quella prima del 27 ottobre 2004 (dieci anni prima che si arrivasse alle condanne, poi prescritte, del disastro colposo all’Eternit di Casale Monferrato) sono seguite numerose altre sentenze del tribunale di Bari. Giudizi riguardanti non più solo chi ha lavorato, ma in alcuni casi anche le mogli, esposte all’amianto per il solo fatto di aver lavato le tute da lavoro impregnate di fibre cancerogene, e semplici cittadini residenti nella zona o in un raggio di un chilometro e mezzo dallo stabilimento. Questi ultimi sono i casi di esposizione ambientale: nel registro regionale dei mesoteliomi, i tumori dell’amianto, sono finite ignare casalinghe o impiegati che tra gli anni ‘70 e ‘90 hanno respirato, semplicemente, l’aria carica di agenti cancerogeni in un’area simile a una circonferenza col raggio di un chilometro e mezzo e al centro la Fibronit.

Passando da una sentenza a un’altra gli operai (pochi) sopravvissuti resistono coesi, ancora legati tra loro da un cameratismo che li rende una famiglia allargata ante litteram, dalle ferite dell’amianto. Gli ultimi testimoni dell’epopea della Fibronit sperano adesso di poter vedere la fine della vicenda bonifica: rinviata per circa un decennio, avviata finalmente nel 2005, ultimata nella parte del sopra suolo con la rimozione di materiali contaminati per un peso totale di quasi 1.500 tonnellate nel 2007, ora contesa tra ditte partecipanti alla gara d’appalto dei lavori di messa in sicurezza definitiva, che sull’aggiudicazione stanno conducendo una battaglia legale davanti al Tribunale amministrativo regionale (Tar).

Soprattutto sperano di poter assistere, sopra l’area della bonifica dove l’amianto interrato verrà ingabbiato per sempre, alla nascita del Parco della memoria, la più grande area verde della città di Bari, estesa per circa dieci ettari (forse 12 se verranno acquisite le aree attigue dove ci sono le officine delle Ferrovie del Sud Est) al centro di tre quartieri (Madonnella, Japigia e San Pasquale) di Bari. Domani, intanto, alle 16, al liceo scientifico Salvemini, si parlerà anche di Fibronit nel corso della manifestazione «Lavoro, salute, ambiente: quali scenari?». Ospite il premio Campiello per la sezione Opera prima 2014, Stefano Valenti, autore di «La fabbrica del panico».

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