Giovedì 17 Gennaio 2019 | 06:18

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Triggiano, quando la vittima è l’aggredito ma anche l’aggressore

di MICHELE PACCIANO
TRIGGIANO - Triggiano, cittadina abbarbicata alle porte di Bari, perché è nel ventre della «provincia addormentata» (per dirla con Michele Prisco) che si consumano le violenze più inquietanti. Qui, per mesi, una baby gang ha picchiato e derubato un disabile psichico solo e indifeso che però ha avuto il coraggio di denunciare e di far arrestare i suoi persecutori. Dopo lo sdegno per il fatto in sé, la domanda che nasce è piuttosto: cosa scatta nella mente di un quattordicenne/quindicenne come quelli che hanno compiuto un gesto così vile?
Triggiano, quando la vittima è l’aggredito ma anche l’aggressore
di Michele Pacciano

Triggiano, cittadina abbarbicata alle porte di Bari, perché è nel ventre della «provincia addormentata» (per dirla con Michele Prisco) che si consumano le violenze più inquietanti. Qui, per mesi, una baby gang ha picchiato e derubato un disabile psichico solo e indifeso che però ha avuto il coraggio di denunciare e di far arrestare i suoi persecutori. Dopo lo sdegno per il fatto in sé, la domanda che nasce è piuttosto: cosa scatta nella mente di un quattordicenne/quindicenne come quelli che hanno compiuto un gesto così vile? Dopo la condanna senza appello del loro comportamento, forse dovremmo interrogarci tutti su chi siano questi ragazzi, sulle vite che hanno precocemente vissuto e bruciato, oltre le storie personali e familiari. Forse dovremmo indagare a fondo sulle nuove povertà morali che ci passano accanto nella comune indifferenza, dovremmo guardare negli occhi le paure ataviche che le nuove generazioni non sanno affrontare e controllare, dove un vuoto economico corrisponde troppo spesso nel vuoto di sé, perché abbiamo proposto modelli di sviluppo e di società che si sono rivelati fallaci inarrivabili, perché i nostri giovani si arrampicano ad una vita che non è la loro. E perché noi adulti non siamo stati capaci di dar loro strumenti e soprattutto esempi che potessero realmente formarli.

Al di là dei sensi di colpa e dei processi sommari, dovremmo chiederci se sia arrivato veramente il momento di ripensare un orizzonte, un modello di società e di welfare, in cui ognuno è lasciato solo e in cui, forse sono proprio i disabili, che nell’essenzialità e nella sofferta vivacità del proprio vivere nonostante tutto, ci diano il vero senso di quello che siamo e dove andiamo.

Noi, umanità sparsa e spersa, possiamo ritrovarci, solo facendo un passo indietro e rientrando in noi stessi, ritornando all’essenziale che abbiamo perso di vista.

Gli inqualificabili di Triggiano finiranno in strutture protette e forse, nonostante gli sforzi di una società annaspante, non verranno recuperati..

Da cittadino e giornalista disabile, che si batte quotidianamente per una reale interazione delle persone con handicap mi sento vicinissimo alla vittima delle brutali e ripetute aggressioni. Ma mi domando, tra rabbia e impotenza, se vittime, non siano anche i suoi persecutori. E se noi, nel tiepido torpore delle nostre case e delle nostre precarie sicurezze, non dovremmo rialzarci e sforzarci di ripensare noi stessi.

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