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«Caffè sospeso» a Bari il bar solidale

di GIANLUIGI DE VITO
BARI - Caffè sospeso. Ma anche pane sospeso. E panzerotto sospeso. Ossia offerti da uno sconosciuto. Accade in via Lembo, in via Fiore, a Triggiano e Casamassima. Napoli fa scuola? No, è la miseria che incalza la nobiltà. E spinge al gesto «coesivo» e «solidale», come amano chiamarlo quelli che parlano difficile.
«Caffè sospeso» a Bari il bar solidale
di GIANLUIGI DE VITO

BARI - Caffè sospeso. Ma anche pane sospeso. E panzerotto sospeso. Ossia offerti da uno sconosciuto. Accade in via Lembo, in via Fiore, a Triggiano e Casamassima. Napoli fa scuola? No, è la miseria che incalza la nobiltà. E spinge al gesto «coesivo» e «solidale», come amano chiamarlo quelli che parlano difficile.
Fino a qualche anno fa non c’era traccia evidente a Bari e provincia. Insomma, seduceva poco l’usanza napoletana del «ricco» che lascia pagato il caffé per il «povero». Non che non vi fossero baristi e clienti di buon cuore: non sono mai mancati e non mancano. Ma il morso della crisi ha fatto diventare l’usanza una buona pratica, utile anche in termini di immagine.

Nel 2011 è nata la «Rete del Caffè Sospeso» che ha istituito la «Giornata del Caffè Sospeso» con l'appoggio di diverse associazioni culturali. E Bari? Nicla Petrelli, 32 anni, lavorava in un bar nella Città Vecchia. «Mio padre ha una venerazione per Napoli e mi ha consigliato dì andare lì ad imparare a fare i caffè. Ero ai Quartieri Spagnoli, l’epicentro del caffè sospeso». Il passo successivo è stato quello di aprire un bar in corso Vittorio Emanuele 44 a Triggiano, con il marito Giambattista Luceri, 37 anni, e un nipote: cremina napoletana e almeno venti caffé sospesi, offerti a chi ha appena mangiata alla mensa dei poveri o torna a rinchiudersi in un centro di riabilitazione psichiatrica.
Su un muro del bar, un quadro incornicia in sintesi la storia del caffè sospeso: «Quando una persona era felice o magari aveva iniziato una bella giornata o voleva festeggiare qualcosa, ordinava un caffè e ne pagava due, uno per sè, l’altro per il cliente che veniva dopo. È come offrire un caffè all’umanità. E oltre a ricevere un caffè, riceveva un sorriso dal barista».
Giambattista: «Siamo stati i primi, due anni fa, dopo di noi è stato aperto un bar del genere a Casamassima e poi in via Fiore a Bari».

Antonella Lacriola, 36 anni, barista da quando di anni ne aveva 17, nel suo bar al numero 28/c di via Lembo, zona Picone, ha esposto il cartello: «Qui, caffè sospeso». Un successo, ma anche una dannazione. Perché gli scrocconi di turno non hanno mai dato tregua. Antonella: «Ho dovuto toglierlo, il cartello, ma lo rimetterò presto. Di gente altruista ce n’è poca. Eppure i miei dieci clienti fissi che ogni giorno lasciavano il caffè sospeso li ho, tutte persone che non navigano nell’oro. Nell’ultimo periodo è aumentata la gente che entra con la sguardo basso e con un filo di voce ti chiede qualcosa da bere e mangiare. C’è una coppia di anziani che ogni giorno si apposta davanti al marciapiede e attende che io esca con qualcosa da offrire».

Il rito del gesto ha contagiato. La salumeria attigua gestita da Rita Pupillo, 38 anni, e da suo padre, espone il cartello «Pane sospeso»: «Ho clienti che lasciano pane e altro. Ho un salvadanaio dal quale attingo quando devo integrare il pane sospeso con altre cose da acquistare per poi donarle».
Poco più in là, sullo stesso marciapiede, Patrizia Mastrorilli, 57 anni, moglie del titolare della pizzeria antipasteria al numero 32/B, esibisce il «Panzerotto sospeso ». Patrizia: «Ho clienti fissi che mi lasciano la quota di una margherita. Io aggiungo il resto e farcisco il panzerotto». Scrocconi o bisognosi? Patrizia, Antonella, Rita e Nicla hanno la stessa risposta: «I furbi prima o poi si smascherano da soli. Di persone che non hanno da mangiare ce ne sono eccome». La carità non si esibisce con un cartello, vero. «Ma caffè sospeso è una sorta di impegno che riproduce buoni esempi», taglia corto Antonella. Saggezza quotidiana in piccoli sorsi.

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