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BARI – Misure di protezione sono state disposte dalla Prefettura a tutela del presidente aggiunto della sezione gip-gup del Tribunale di Bari Antonio Diella, che nel settembre scorso ha condannato cinque presunti componenti di una cellula del terrorismo islamico internazionale che avrebbe avuto la propria base logistica ad Andria fino al 2010. In questi giorni il giudice sta scrivendo le motivazioni della sentenza, emessa cinque mesi fa al termine di un processo celebrato con rito abbreviato.
Protezione a gup Bari che condannò jihadisti
BARI – E' finito sotto scorta il giudice del Tribunale di Bari che, nel settembre scorso, ha condannato cinque presunti terroristi islamici. E’ questo il primo segnale, in Puglia, dell’innalzamento dell’allerta antiterrorismo dopo gli attentati compiuti in Francia e Belgio. Sotto protezione è finito il presidente aggiunto della sezione gip-gup, Antonio Diella, che in questi giorni sta scrivendo le motivazioni della sentenza di condanna di primo grado dei cinque presunti componenti di una cellula del terrorismo islamico internazionale attiva ad Andria fino al 2010.

Gli imputati – secondo l’accusa - si addestravano in zone impervie dell’Etna per preparare gli adepti agli attacchi, ridevano delle chiese distrutte dal terremoto dell’Aquila, incitavano all’odio nei confronti dell’Occidente e soprattutto degli Stati Uniti, e imparavano a fabbricare esplosivi e a maneggiare armi.

I cinque, al termine del processo in abbreviato, sono stati condannati a pene comprese fra 5 anni e 2 mesi e i 3 anni e 4 mesi di reclusione. La pena più alta è stata disposta nei confronti del presunto capo dell’organizzazione, l’Imam tunisino della moschea di Andria, Hosni Hachemi Ben Hassen, alias 'Abu Haronnè di 47 anni, accusato anche di istigazione all’odio razziale (arrestato in Belgio nell’aprile 2013) e ritenuto vicino alle 13 persone arrestate nei giorni scorsi in Belgio.

Tre anni e quattro mesi sono stati inflitti ai presunti componenti dell’associazione, coloro cioè che, secondo l’accusa, "cooperavano nell’attività di proselitismo, di finanziamento, di procacciamento di documenti falsi, tenevano i contatti con altri membri dell’organizzazione, disponibili al trasferimento in zone di guerra per compiervi attività di terrorismo".

Si tratta di Faez Elkhaldey, detto 'Mohsen', palestinese di 50 anni, Ifauoi Nour, detto 'Moungì, tunisino di 35 anni, Khairredine Romdhane Ben Chedli, tunisino di 33 anni, Chamari Hamdi, 24enne nato in Sicilia. Un sesto imputato, il 35enne marocchino Azam Nabil, alias 'Abu Ali”, l’unico del gruppo sfuggito alla cattura nell’aprile 2013, sarà processato dalla Corte di assise di Bari a partire dal prossimo 14 aprile.

Il gruppo non aveva individuato obiettivi specifici da colpire, ma, secondo l’accusa, si preparava ad azioni terroristiche, anche suicide, contro governi, forze militari, istituzioni, organizzazioni internazionali riconducibili a Stati 'infedelì e nemici. Emblematica – secondo i pm – è la conversazione intercettata tra "Moungi" e Ben Noureddine, nella quale si "manifesta, ancora una volta, l’estremo disprezzo per il popolo italiano e verso gli 'occidentalì in genere.

Dal dialogo emerge che i due, in occasione del terremoto che ha colpito l’Abruzzo il 7 aprile 2009, considerano il disastro "una punizione impartita da Allah", e auspicano ulteriori sciagure per l’intero Paese. Dello stesso tenore la conversazione tra "Moungi" e il sedicente Sami che dice chiaramente che gli italiani sono "cani" e "bastardi": Sono dei cani, fratello mio. Che Dio ci protegga da questo Paese".

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