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A più di venti anni dai fatti contestati (i primi reati risalgono alla fine degli anni Ottanta) i giudici hanno condannato 13 imputati a pene comprese fra 7 anni e 6 mesi di reclusione, dichiarando per altri cinque il non luogo a procedere per prescrizione. Nei confronti di un imputato il Tribunale ha dichiarato la nullità del decreto che dispone il giudizio rimandando gli atti in udienza preliminare. Nei confronti di molti imputati i giudici hanno dichiarato per alcuni reati il non luogo a procedere perchè già giudicati per gli stessi fatti in altri processi. I giudici hanno escluso per tutti gli imputati l’associazione mafiosa.

Il procedimento penale fu avviato nel 1997 dall’allora pm antimafia barese Leonardo Rinella quando, nel corso del processo alla mafia murgiana denominato "Gravina" nei confronti di oltre 160 persone, alcuni imputati decisero di collaborare con la giustizia rivelando nuovi particolari sulle attività illecite dei clan Mangione e Matera-Loglisci, all’epoca - secondo la Procura – in stretto contatto con i gruppi criminali baresi di Savino Parisi, Antonio Di Cosola, Giuseppe Mercante, Andrea Montani ed altri. Tra i capi di questa presunta associazione mafiosa c'erano, secondo l’accusa, Vincenzo Anemolo, ritenuto un "figlioccio" del boss Savinuccio, e suo fratello Raffaele (entrambi assolti), il defunto Francesco Biancoli (il camorrista che avrebbe battezzato Parisi), Bartolo D’Ambrosio (ucciso nel 2010) e il suo ex alleato, poi rivale, Giovanni Loiudice (assolto), Emilio Mangione e suo nipote Vincenzo (condannati rispettivamente a 2 anni e 3 anni e 3 mesi di reclusione ma assolti dall’associazione mafiosa), Nunzio Falcicchio, soprannominato "Lo scheletro" (assolto).

L'indagine, ereditata negli anni successivi dai pm antimafia Michele Emiliano, Elisabetta Pugliese e Isabella Ginefra, portò nel marzo 2002 all’arresto di 131 persone. Per oltre 200 fu poi chiesto il rinvio a giudizio ma soltanto 93 sono state giudicate oggi per quei fatti (dieci defunti e altri giudicati con riti alternativi).

Tra i reati prescritti ci sono tentativi di omicidio commessi tra il 1992 e il 1997, estorsioni e numerosi episodi di spaccio. Stando all’ipotesi dell’accusa (che aveva chiesto la condanna di 58 imputati) quella murgiana era una vera e propria "associazione armata di stampo mafioso-camorristico", non riconosciuta tuttavia dal Tribunale che ha escluso per tutti l'aggravante di aver agevolato un’associazione mafiosa e ha assolto tutti i presunti capi del sodalizio.

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