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L'accusa è riciclaggio guai per Savinuccio e Lello Degennaro «Mio assistito mai conosciuto Parisi»

di GIOVANNI LONGO
BARI - Due operazioni immobiliari sospette. La necessità per il clan Parisi di convertire in euro e ripulire sei miliardi di lire. Presunti prestanome del clan in affari con Lello Degennaro. «Domino» si arricchisce di una nuova, pesantissima, tessera. Nello stesso fascicolo, infatti, risultano indagati il boss Savino Parisi e l’imprenditore barese Lello Degennaro. Oltre che Vincenzo Lagioia, ritenuto prestanome del bancarottiere Michele Labellarte, a sua volta ritenuto dagli investigatori l’uomo che aveva avuto il compito di ripulire i soldi sporchi del clan di Japigia
L'accusa è riciclaggio guai per Savinuccio e Lello Degennaro «Mio assistito mai conosciuto Parisi»
di GIOVANNI LONGO
BARI - Due operazioni immobiliari sospette. La necessità per il clan Parisi di convertire in euro e ripulire sei miliardi di lire. Presunti prestanome del clan in affari con Lello Degennaro. «Domino» si arricchisce di una nuova, pesantissima, tessera. E non solo per il reato ipotizzato, concorso in riciclaggio aggravato dall’avere favorito un’associazione mafiosa, il clan Parisi-Stramaglia. Nello stesso fascicolo, infatti, risultano indagati il boss Savino Parisi e l’imprenditore barese Lello Degennaro. Oltre che Vincenzo Lagioia, ritenuto prestanome del bancarottiere Michele Labellarte, a sua volta ritenuto dagli investigatori l’uomo che aveva avuto il compito di ripulire i soldi sporchi del clan di Japigia.

L’inchiesta condotta dai finanzieri del nucleo di polizia tributaria del comando provinciale di Bari, coordinati dal procuratore aggiunto Pasquale Drago e dal pm antimafia Francesca Pirrelli (da poco aggiunto a Foggia), si è conclusa. È in corso, infatti, la notifica dell’avviso di chiusura indagini. Si tratta, sostanzialmente, dell’altra faccia dell’inchiesta sfociata poche settimane fa in un nulla di fatto: l’assoluzione con formula piena di professionisti e bancari accusati di avere favorito il clan Parisi attraverso il progetto per realizzare a Valenzano un campus universitario.

Secondo l’accusa Parisi, Degennaro e Lagioia (con loro, ci sarebbero state tre persone ormai decedute: Labellarte, Angelo Michele Stramaglia e Vito Lacasella, per trent’anni commercialista di fiducia di Giuseppe Degennaro, padre di Lello) avrebbero riciclato denaro proveniente dalle attività illecite del clan Parisi «in modo da ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa, con l’aggravante di fare ciò al fine di agevolare l’attività e la sopravvivenza della stessa organizzazione criminale».

Come? La storia - che la «Gazzetta» in gran parte ha già raccontato - affonda le radici nel biennio 2002-2003 quando Labellarte avrebbe ricevuto da Stramaglia sei miliardi di lire in contanti. A lui, sempre stando all’accusa, sarebbe stato affidato il compito di ripulire e investire l’ingente somma, acquistando, «a condizioni e prezzo funzionali al soddisfacimento di tali finalità illecite», un immobile dei Degennaro al Baricentro. Trascorrono tre anni. Siamo nel marzo 2005. Secondo l’accusa Lello Degennaro avrebbe restituito a Labellarte il denaro utilizzato per l’operazione immobiliare, «ripulito e incrementato dei vantaggi scaturenti dall’investimento effettuato» attraverso un «fittizio contratto preliminare di compravendita di immobili» che in realtà sarebbe servito «a fornire copertura formale alla restituzione delle somme ricevute» tre anni prima. La cifra ammonterebbe a 3,8 milioni di euro.

Complicate le fasi del presunto stratagemma. È il 25 marzo 2005 quando la Servizi Costruzioni (Sec) amministrata da Vito Lacasella, ritenuto prestanome di Lello Degennaro da una parte e Vincenzo Lagioia (ritenuto prestanome di Labellarte) firmano un preliminare (non registrato) con il quale Sec si impegna ad acquistare da Lagioia immobili che si trovano nella centrale via Putignani e in contrada Lamascopone a Fasano. La Sec versa a Lagioia in due tranche (maggio e agosto 2005) una caparra da 3,8 milioni di euro. L’impegno è di versarne altrettanti con il contratto definitivo. Ma l’articolo 6 del contratto prevede che il promissario acquirente perda la caparra versata nel caso di inadempimento.

A Dicembre 2005 la Sec scrive a Lagioia dichiarando la propria impossibilità a pagare il prezzo residuo. Così i 3,8 milioni restano a Lagioia che li avrebbe messi a disposizione di Labellarte. Quest’ultimo, «in accordo con il capoclan Savino Parisi» l’avrebbe poi «investita nell’interesse del clan in alcuni progetti imprenditoriali». Un filo conduttore che, secondo il Gico della Finanza e la Procura antimafia, ormai dieci anni fa, avrebbe collegato, attraverso una serie di prestanome, Savino Parisi e Lello Degennaro. Una accusa che l’imprenditore, attraverso il suo difensore, respinge categoricamente.

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