Mercoledì 16 Gennaio 2019 | 14:50

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Trans, l’accoglienza della Chiesa cattolica

di VALENTINO SGARAMELLA
BARI - Come interpreta un uomo di chiesa i dilemmi di chi vive la transessualità? Fra Giuseppe è il cappellano del Policlinico. Sono cinque frati cappuccini che vivono la sofferenza ogni giorno. «Ricordo il giorno in cui andai a trovare una trans che aveva subito l’intervento per un cambio di sesso - dice fra Giuseppe - aveva un fiocchetto rosa e per la gioia mi disse: padre, finalmente oggi posso dire che ha inizio la vita che desideravo da sempre»
Il reportage: «Io trans, costretta a battere perché nessuno mi assume»
Trans, l’accoglienza della Chiesa cattolica
di Valentino Sgaramella

BARI - Come interpreta un uomo di chiesa i dilemmi di chi vive la transessualità? Fra Giuseppe è il cappellano del Policlinico. Sono cinque frati cappuccini che vivono la sofferenza ogni giorno. «Ricordo il giorno in cui andai a trovare una trans che aveva subito l’intervento per un cambio di sesso - dice fra Giuseppe - aveva un fiocchetto rosa e per la gioia mi disse: padre, finalmente oggi posso dire che ha inizio la vita che desideravo da sempre».

Il Policlinico è una grande struttura ed un cappellano incontra tutti i tipi di disagio. Qui il disturbo implica la sfera fisica e quella psicologica, e deriva dal sentirsi emarginati perché trans. Ma in queste condizioni possono ritrovarsi anche immigrati o persone di religione diversa o chiunque abbia difficoltà ad affermare la propria identità in questa società un po’ fobica.

«La prima cosa che dico a queste persone è: non ti ho chiesto nè il passaporto nè la carta d’identità. Io mi accosto a te perchè sei una persona». Spiega fra Giuseppe: «Sono persone da amare che portano con se il calvario delle sofferenze». E sulle trans: «Mi dicono: vivo in un corpo che non sento mio. Io non ho alcun pregiudizio».

E come la mettiamo con il dogma? «Distinguo sempre il peccato dal peccatore. E nella mia esperienza - prosegue il cappellano - mi rendo conto di non scandalizzarmi più dei miei peccati perché, paradossalmente, il peccato avvicina di più a Dio». Aggiunge: «Non faccio più il fariseo ed il puritano. Non guardo gli altri con occhio diverso, non punto il dito per giudicare». Chiediamo se possa mai essere un «peccato» sentirsi di genere diverso rispetto a quello di appartenenza alla nascita. Fra Giuseppe non ha dubbi: «Non è un peccato perché credo che il Signore desideri la nostra felicità. Se un uomo non è felice in un corpo che non gli appartiene, può iniziare a vivere un cammino di conversione». La domanda è lecita. Se si ipotizza una conversione, è implicito qualcosa di cui pentirsi. Il cappellano replica che «ognuno di noi è chiamato a vivere non rispondendo ai propri istinti. Banalmente, diciamo che serve comunque un certo autocontrollo». Perchè convertirsi? «Quando parlo di conversione, dico che bisogna lasciarsi amare da Dio. È la cosa più difficile». Chiediamo come si possa farsi amare. «Noi siamo importanti per lui, a prescindere». Il libro della Genesi, però, prevede, però, solo maschio e femmina. Fra Giuseppe: «Queste persone sono figli di Dio, non vanno lasciati a se stessi. Per giungere al cambio di sesso percorrono un iter di per sè doloroso. Tutti dovrebbero domandarsi: come mi sentirei se non sentissi di appartenere a questo corpo?».

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