Domenica 20 Gennaio 2019 | 20:07

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Dramma richiedenti asilo «Hussein solo una vittima delle condizioni del Cara»

di DANIELA D’AMBROSIO
BARI - Cercava nuova vita e lavoro e invece è morto sui binari della ferrovia. Un altro, uno dei tanti, senza volto e senza nome. E invece un nome ce l'ha e anche una famiglia e degli amici che lo piangono e si ribellano. La storia di Hussein Zulfykar, 22 anni, pakistano, si è conclusa giovedì sera sui binari maledetti, quelli che costeggiano le recinzioni del Cara, quelli che non si dovrebbero attraversare per nessuna ragione al mondo ma che praticamente tutti i richiedenti asilo attraversano
Dramma richiedenti asilo «Hussein solo una vittima delle condizioni del Cara»
di DANIELA D’AMBROSIO
BARI - Cercava nuova vita e lavoro e invece è morto sui binari della ferrovia. Un altro, uno dei tanti, senza volto e senza nome. E invece un nome ce l'ha e anche una famiglia e degli amici che lo piangono e si ribellano. La storia di Hussein Zulfykar, 22 anni, pakistano, si è conclusa giovedì sera sui binari maledetti, quelli che costeggiano le recinzioni del Cara, quelli che non si dovrebbero attraversare per nessuna ragione al mondo ma che praticamente tutti i richiedenti asilo attraversano.

La storia la raccontano i suoi amici, arrabbiati e commossi, ma non vogliono per nessuna ragione al mondo essere nominati. Hanno troppa paura. Paura di perdere quel poco che hanno anche se sono tutti «regolari», così come era regolare Hussein, in attesa dell’esito del ricorso contro il diniego della domanda di asilo politico per la protezione internazionale. Ora l’asilo politico non gli serve più, come non gli serve più protezione. È assistito, da ora e per sempre, dal dio in cui credeva, quale che fosse. I richiedenti asilo sono assistiti dall’avvocato Loredana Liso. Raccontano, in un italiano stentato, l’orrore di aver visto il loro amico morire praticamente dissanguato sotto i loro occhi. Hanno i video della tragedia. È raccapricciante pensare che abbiano avuto la forza di filmare ma l’avvocato spiega che fanno così perché non sanno parlare bene, non sanno spiegarsi, e allora filmano tutto, mostrano quello che non sanno dire. La storia è la solita, ormai ben nota. La storia di una struttura che trabocca di persone che vivono in condizioni proibitive, che accoglie quasi il doppio dei migranti che dovrebbe, perché moltissimi di loro entrano da clandestini attraverso i buchi di una recinzione mille volte rattoppata e mille volte riaperta. Qual è il problema? Il Cara è ospitato all’interno di una struttura militare, entrare e uscire dalla regolare porta d’ingresso è possibile solo usando la navetta dedicata, quella navetta contestata che pochi giorni fa è stata al centro delle polemiche, per l’aggressione sulla linea 19 in cui fu coinvolta una donna di San Pio. Le navette sono poche e, a detta dei residenti del Cara, passano ogni due o tre ore, nonostante i potenziamenti assicurati dalla prefettura e garantiti dal sindaco proprio in occasione della protesta delle donne di San Pio, che denunciavano gli incidenti ripetuti per la grande affluenza di extracomunitari sulle linee Amtab. Una guerra fra poveri. Gli autobus che non passano, non passano per nessuno, linee urbane e navette Cara che siano. E chi deve aspettare un autobus, deve aspettarlo e basta, non c’è scelta. I migranti forse non lo sanno, o forse sono davvero più discriminati. Forse davvero gli orari delle navette sono solo sulla carta, forse davvero passano ogni tre ore. Quello che è certo è che, nonostante i morti, loro continuano ad attraversare i binari e a passare attraverso i buchi della recinzione che nessuna riparazione riesce ad evitare. Ora pare che qualcuno parli di alzare un muro. Forse scavalcheranno anche quello. Hussein tornava al Cara quella sera. Erano in gruppo, si è attardato un attimo rispetto agli altri. Quando ha ripreso il cammino non si è accorto del treno, che lo ha investito tranciandogli una gamba. Gli amici atterriti sono accorsi, hanno chiamato soccorsi all’interno del Cara, dall’inter no gli è stato detto di chiamare il 118. Lo hanno fatto, hanno bloccato un autobus per attirare attenzione, hanno urlato perché venisse aperto un cancello, chiuso da tempo, che porta all’interno della struttura di accoglienza. Niente da fare. In attesa dei soccorsi il loro amico era a terra, lucido dicono. Parlava e diceva di non sentire alcun dolore. Perdeva tanto sangue. Dicono che fosse caduto sui binari e che fosse assolutamente necessario spostarlo con urgenza per evitare il sopraggiungere di altri treni. I soccorsi tardano ancora. Un’ora e mezza, pare, prima dell’arrivo dell’ambulanza. Si improvvisano soccorritori. Sollevano Hussein con mezzi di fortuna, maglioni legati a mo’ di barella. Portano l’amico sulla strada in modo che l’ambulanza possa portarlo via più in fretta e più facilmente. Nel trasporto il ragazzo perde sangue, tanto. L’a m bu l a n z a arriva e lo porta in ospedale, dove muore al mattino dopo. Ma loro, gli amici, i familiari, abituati a vivere in posti di guerra, di amici con le gambe amputate ne hanno visti tanti e non riescono ad accettare che Hussein sia morto. «Se solo i soccorsi fossero arrivati prima - dicono - se dal Cara fosse uscito qualcuno più esperto di noi...». E hanno paura anche di non essere creduti. La loro avvocato li conosce tutti, uno per uno, da anni: «Sono bravi ragazzi - dice - come ce ne sono tanti lì dentro». Mescolati in mezzo ai «bravi», nel Cara, magari c’è anche qualcuno che bravo non è. Magari c’è qualcuno che sarebbe bravo ma che, senza soldi né accoglienza, finisce a spacciare o a rubare. Ma succede anche ai ragazzi italiani delle periferie, la miseria non guarda al colore della pelle. E sui binari muoiono persone di ogni nazionalità. Ma se le vittime, fra gli ospiti del Cara, sono incredibilmente numerose, forse c’è un problema che ormai è sfuggito di mano e che qualcuno, in qualche modo, dovrà affrontare.

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