Giovedì 17 Gennaio 2019 | 00:14

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Processo «Domino 2» assolti tre avvocati e sei direttori di banca

BARI  – Il gup del Tribunale di Bari Rosanna De Palo ha assolto «perchè il fatto non sussiste» i tre avvocati baresi Gianni Di Cagno, Giacomo Porcelli e Onofrio Sisto e altre 9 persone, tutti imputati con rito abbreviato nel processo 'Domino 2' a carico anche di ex amministratori del barese e professionisti che avrebbero avuto contatti – secondo l'accusa – con Michele Labellarte, l’imprenditore deceduto ritenuto dagli inquirenti il cassiere del clan Parisi di Bari
Processo «Domino 2» assolti tre avvocati e sei direttori di banca
BARI  – Il gup del Tribunale di Bari Rosanna De Palo ha assolto «perchè il fatto non sussiste» i tre avvocati baresi Gianni Di Cagno, Giacomo Porcelli e Onofrio Sisto e altre 9 persone, tutti imputati con rito abbreviato nel processo 'Domino 2' a carico anche di ex amministratori del barese e professionisti che avrebbero avuto contatti – secondo l'accusa – con Michele Labellarte, l’imprenditore deceduto ritenuto dagli inquirenti il cassiere del clan Parisi di Bari. La vicenda al centro del procedimento è la realizzazione di un campus universitario a Valenzano.

Secondo le indagini dell’allora pm Antimafia di Bari Elisabetta Pugliese, oggi alla Dna, i tre avvocati «in concorso tra loro aiutavano Michele Labellarte», l’imprenditore deceduto ritenuto dagli inquirenti il cassiere del clan Parisi di Bari (in qualità di legali della società Uniedil a lui riconducibile, che aveva acquistato i terreni per il campus, ndr) «ad assicurarsi definitivamente parte del profitto di circa sette miliardi di lire rinveniente dal reato di bancarotta fraudolenta e frode fiscale, omettendo la segnalazione» delle operazioni sospette all’Uif (Unità di informazione finanziaria).

Il procuratore aggiunto Pasquale Drago, che ha ereditato il fascicolo nei mesi scorsi, aveva chiesto l’assoluzione per i tre legali, ritenendo che non c'è prova che il denaro utilizzato per l'acquisto dei suoli destinati al campus derivasse dalla bancarotta di Labellarte. Assolti anche i sei direttori di banca Salvatore Biscozzi, Pierfrancesco Lovecchio, Domenico Perrone, Beniamino Piombarolo, Gaetano Antonio Barone e Andrea Maccagni, la dipendente di un istituto di credito Grazia Alessandra de Carne (accusati di aver consentito a Labellarte di aprire conti correnti «fittiziamente intestati a prestanome» di cui si sarebbe servito «per occultare la reale titolarità delle somme di denaro») e Sergio Martino, amministratore formale della Uniedil Srl. Al termine dell’udienza preliminare, che si è celebrata contestualmente al processo con rito abbreviato, il gup ha rinviato a giudizio gli altri 5 imputati, tra cui l’ex vicesindaco e l’ex assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Valenzano, Donato Amoruso e Vitantonio Leuzzi, accusati di aver agevolato il progetto in cambio di denaro e altre utilità e altre tre persone ritenute vicine al clan mafioso capeggiato dal defunto boss di Valenzano Angelo Michele Stramaglia.

"Per errore sono rimasto imputato cinque lunghi, terribili, anni. Un tempo per me infinito, e del quale non riesco a darmi ragione visto che, alla fine, tutti hanno convenuto sulla mia totale estraneità a qualsiasi illecito". Gianni Di Cagno, uno dei tre avvocati assolti oggi con formula piena al termine del processo "Domino 2" commenta così la vicenda giudiziaria che lo ha visto coinvolto.

"Venivo presentato – dice Di Cagno – come un colletto bianco di quella criminalità organizzata barese che avevo sempre denunciato e combattuto: un insospettabile pezzo del Domino, appunto». Nell’ambito di questo procedimento, il primo dicembre 2009, Di Cagno fu anche sospeso per 15 giorni dall’attività professionale. «Sarebbe bastato – continua il legale – che fossi stato ascoltato prima per evitare la drammatica gogna giudiziaria e mediatica che ha segnato irreparabilmente la mia vita. Lungi dal riconoscere l’errore, tuttavia, gli inquirenti hanno perseverato". "Così – ha detto ancora – ci sono voluti altri cinque lunghi anni, tra indagini infinite e tempi morti, perchè si arrivasse finalmente alla sentenza che oggi mi ha assolto con formula piena. Cinque interminabili anni per riconoscere che il fatto non sussiste, che non ho mai riciclato un bel nulla e che mai ho favorito il reimpiego di capitali illeciti, tanto meno di origine mafiosa".
"Gli errori giudiziari – conclude l’avvocato – appartengono alla fisiologia del sistema: la giustizia umana, infatti, è per sua natura imperfetta, anche se non sempre chi la amministra sembra rendersene conto. Nel mio caso, peraltro, pur dopo troppo tempo la magistratura è stata infine capace di riconoscere e rimediare all’errore, assolvendomi con formula piena da un’accusa completamente infondata".

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