la tragedia
Riaperto il caso di Michele Rifino, morto ad Altamura in un incidente. La famiglia: «Lo colpì un'altra moto»
Riprendono impulso le indagini dopo nuove testimonianze. Rifino morì il 16 settembre 2018 a soli 21 anni
Riprendono impulso le indagini sull’incidente in moto in cui il 16 settembre 2018 morì Michele Rifino, a soli 21 anni. La famiglia è convinta che venne urtato da un altro motociclista, per questo perse il controllo e finì contro un albero e poi in un dislivello stradale. Sulla base di nuove testimonianze, il caso è stato riaperto e la Procura di Potenza ha disposto altri accertamenti.
«Miki» aveva una grande passione per le due ruote, particolarmente per la sua «Triumph». Era il più giovane in un gruppo di altamurani che quella mattina decise di fare un’escursione. Era una domenica. La tragedia si compì in tarda mattinata sulla statale 598 della Val d’Agri, in territorio di Armento. Secondo la prima ricostruzione, Michele Rifino uscì di strada da solo, lo schianto fu fatale.
Dopo la prostrazione iniziale per il lutto, la famiglia iniziò a nutrire dubbi. Qualcosa non quadrava. Nel casco non c’era la piccola telecamera di bordo e dalla moto mancava il contachilometri. Apparecchiature mai ritrovate. Inoltre c’erano segni scuri sulla parte terminale della marmitta. E sull’asfalto residui gommosi come di manovre improvvise.
La svolta avvenne con una lettera anonima il cui autore è rimasto ignoto, nonostante una perizia grafologica. Nella missiva, inviata agli inquirenti, per togliersi «un macigno» l’estensore scrive che l’incidente è stato provocato da un motociclista, di cui riporta nome e cognome, che uscito di strada, sulla sua destra, è poi rientrato. Ma nel fare questo ha urtato Rifino. E la conseguenza è stata tragica perché il ragazzo è stato «sviato», non ha potuto più fermare la marcia che si è conclusa tragicamente contro l’albero, impatto poi seguito dalla caduta in un dislivello di circa tre metri.
La prima inchiesta, che ha visto indagato un motociclista altamurano per omicidio colposo, è stata archiviata. Perché dalle indagini - perizie su altri motocicli, testimonianze e dichiarazioni delle persone del gruppo - non è emerso «alcun elemento utile per accertare eventuali responsabilità penali di terze persone, in particolare dei motociclisti coinvolti nella vicenda».
I genitori Filippo Rifino e Anna Crapuzzi non si sono arresi. Per loro la verità è giustizia, solo questo binomio può dare loro pace. Perché «Miki» non era un irresponsabile che andava veloce ed ha buttato la sua vita su una moto. No. «Miki era un ragazzo responsabile», hanno sempre insistito. Per anni hanno fatto appelli a chi ha visto, a chi sa qualcosa, ad uscire allo scoperto. Hanno cercato di scoprire chi avesse inviato la lettera anonima. Finché qualcuno ha iniziato a parlare, smentendo alcune dichiarazioni agli atti secondo le quali il ragazzo sarebbe uscito di strada in modo autonomo.
Chiaramente c’è riserbo sui nuovi elementi. Assistita dall’avvocato Carlo Affinito, del foro di Roma, la famiglia ha presentato istanza di riapertura e il percorso giudiziario si è riavviato.