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In Puglia e Basilicata

Criminalità barese

Bari, affiliato del clan Strisciuglio estorceva soldi in videochat dalla cella

Il recupero crediti in videochat dalla cella

L'immagine inviata dall’estorsore

Secondo la Dda lombarda Christian Cucumazzo (clan Strisciuglio), «socio» della ‘ndrangheta, estorceva denaro a un imprenditore. La vittima minacciata su whatsapp con una foto di armi e proiettili

11 Agosto 2022

Isabella Maselli

BARI - Aveva fiutato l’occasione di un guadagno facile, 15mila euro come compenso per una attività di «recupero crediti», mettendosi in affari con presunti affiliati, in alcuni casi di noto spessore criminale, di Cosa Nostra e della ‘Ndrangheta. Un «recupero crediti» gestito, però, dall’interno di una cella del carcere di Siracusa. È la vicenda che vede tra i protagonisti il 27enne barese Christian Cucumazzo, pluripregiudicato ritenuto uno dei killer del clan Strisciuglio. Un imprenditore lombardo sarebbe la vittima della presunta tentata estorsione, ricostruita in una inchiesta della Dda di Milano. Dagli atti dell’indagine, che a fine luglio è culminata con tre arresti, emerge il ruolo di Cucumazzo, destinatario anche lui della misura cautelare. Le minacce - ha ricostruito la Dda lombarda - sarebbero state realizzate con videochiamate dalla cella e con fotografie intimidatorie di armi e proiettili.

La vicenda risale al giugno scorso. Il pregiudicato barese risponde di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso in concorso con Luigi Aquilano, genero del boss Antonio Mancuso, Arturo Garofalo, legato a Cosa Nostra e ai «cugini» Fontana dell'Acquasanta di Palermo (anche loro finiti in carcere per la tentata estorsione) e l'avvocatessa Viola Moretti, ex fidanzata dell'imprenditore accusata di essere la «mandante» del recupero crediti di 44mila euro (per lei il gip di Milano ha disposto l'obbligo di firma).

A incastrare Cucumazzo, documentando il suo coinvolgimento nel tentativo di estorsione, è stato lo stesso imprenditore, che alla denuncia presentata alle forze dell’ordine ha allegato gli screenshot delle foto, delle chat e delle chiamate whatsapp ricevute. In particolare, la sera del 30 maggio scorso Cucumazzo avrebbe fatto una videochiamata all’imprenditore «nel corso della quale – si legge negli atti - mostrava la propria cella, così aumentando la valenza intimidatoria della minaccia». Il giorno dopo avrebbe contattato la madre della vittima, «rappresentandole che stavano cercando il figlio e che si sarebbero recati presso la sua abitazione per la questione del pagamento». Nel corso di una ulteriore conversazione telefonica, avrebbe rivolto all’imprenditore «reiterate minacce, intimando il pagamento della somma di denaro altrimenti sarebbe finita “male”, sottolineando che il denaro, ad una donna, non si deve mai sottrarre, nonché intimandogli il pagamento di ulteriori 15mila euro quale contropartita per il proprio interessamento, consistito nell’aver prorogato il pagamento della somma di denaro fino al 7 giugno». Il giorno dopo, poi, sempre dall’interno del carcere di Siracusa dove era detenuto, Cucumazzo avrebbe inviato tramite whatsapp «una foto ritraente armi lunghe e numerose munizioni sulle quali era appoggiato un bigliettino con scritto “se non paghi so cazzi tuoi”».

Quello che del pregiudicato barese evidenzia l’indagine dei pm lombardi e che viene stigmatizzato dal gip nell’ordinanza di arresto, è che «nonostante lo stato di detenzione e nonostante il precedente specifico (era già stato trovato in cella con un telefono cellulare e denunciato), inspiegabilmente riesca senza alcuna difficoltà a contattare la persona offesa, tramite videochiamate, e a inviarle fotografie con chiare minacce di morte. Tale facilità nell’entrare in contatto con il mondo esterno, nonostante il regime di alta sicurezza a cui è (o meglio dovrebbe essere) sottoposto impongono un giudizio di sussistenza di un concreto e attuale rischio di reiterazione, trattandosi all’evidenza di un soggetto che, alla luce della caratura criminale, riesce a eludere facilmente i controlli e a perpetrare le condotte estorsive».

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