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L'intervista

Sindacalista investito e ucciso, parla la moglie molfettese: «Adil morto per i diritti negati»

Lucia Marzocca: «Forse un giorno incontrerò il camionista che lo ha travolto»

Sindacalista investito e ucciso, parla la moglie molfettese: «Adil morto per i diritti negati»

Dopo la tragedia di Biandrate, parla Lucia Marzocca, molfettese, moglie di Adil Belakhdim, il sindacalista travolto e ucciso da un camion a soli 37 anni, venerdì scorso 18 giugno, durante una protesta al fianco dei lavoratori della logistica. «Mio marito - afferma - era un combattente ed è rimasto in Italia solo per aiutare i suoi colleghi. Non si può morire in questo modo».
È questo il grido di allarme che rimbalza anche a Molfetta, città di origine di Lucia Marzocca, moglie di Adil Belakhdim, l’esponente sindacale di origini marocchine e coordinatore SiCobas per la provincia di Novara, morto dopo essere stato investito da un camionista di 27 anni che lavora per un’azienda di Castellammare di Stabia (Napoli). Il giovane autotrasportatore, arrestato, proprio ieri ha ottenuto i domiciliari.
Un presidio per i diritti sul lavoro è finito quindi nel sangue. È accaduto, lo ricordiamo, a Biandrate, in provincia di Novara, all’ingresso del centro distribuzione Lidl.

Secondo la ricostruzione dei Carabinieri e della Polizia, il camionista, che lavora per conto di una ditta incaricata dalla Lidl, era in coda dietro ad altri mezzi, all’interno del centro di distribuzione di fronte al quale si era formato un capannello di aderenti al sindacato SiCobas, in presidio nell’ambito dello stato di agitazione indetto a livello nazionale. Spazientito dall’attesa - almeno sarebbe questa una prima ricostruzione dei fatti -, il giovane autotrasportatore avrebbe improvvisamente imboccato contromano la corsia di entrata, compiendo alcune accelerazioni nonostante i manifestanti fossero davanti al veicolo.
Sul posto erano presenti due agenti in borghese della Digos, che hanno estratto il tesserino e intimato l’alt, ma il camionista ha proseguito la sua marcia a scatti e, superati i cancelli, ha svoltato a destra per raggiungere la strada. Adil Belakhdim è stato travolto dalle ruote sul lato destro del mezzo, che si è poi allontanato. I soccorsi sono stati immediati, ma per il 37enne di origini maghrebine non c’è stato nulla da fare.

Raggiungiamo via social la moglie, Lucia Marzocca, molfettese, 33 anni, trasferitasi in Marocco dall’estate del 2020 insieme con i loro due figli di 4 e 6 anni. La famiglia abita a El Jadida, città costiera del Paese nordafricano.
«Mi sento la terra mancare sotto i piedi - racconta -, ho dovuto dire ai bambini “papà non c’è più”. Lui viveva per la loro felicità. Il mio Adil era un combattente e fino all’ultimo era rimasto in Italia a lottare per i colleghi, anche lui precario tra i precari - prosegue -. Sono frastornata. Tutti gli amici continuano a chiamarmi e a dirmi che mi staranno vicini, che mi aiuteranno, ma io mi sento cedere la terra sotto i piedi. Per fortuna ci sono i bambini. Vado avanti solo per loro».
Da poco meno di un anno Lucia Marzocca si era trasferita in Marocco, a El Jadida, dove sperava di riabbracciare presto suo marito, e dove invece ha ricevuto la terribile notizia. «Era molto impegnato in questi giorni ma non mi aveva detto dove sarebbe andato venerdì mattina - continua la testimonianza -. Faceva pesso a presidi del genere, ma non mi sarei mai immaginata che sarebbe potuta accadere una cosa simile. Adil voleva che i nostri bambini fossero felici e che crescessero contenti. Sarebbe dovuto tornare a marzo ma a causa del Covid non era riuscito a partire. Quando hanno riaperto le frontiere gli ho detto di raggiungerci subito, ma lui ha deciso di rinviare ancora la partenza per una manifestazione importante. Aveva un biglietto aereo per domenica prossima, 27 giugno, non vedevamo l’ora di riabbracciarlo, invece adesso, dopo l’autopsia, non potremmo far altro che accogliere qui in Marocco la sua salma».

Precario, con poco più di 850 euro al mese, otto ore di lavoro che divenivano molto spesso 13, straordinari dimezzati, senza tutele, con turni spostati all’ultimo momento e ferie decise solo dal capoarea: ecco come vivevano Adil Belakhdim e molti altri suoi colleghi della logistica. Una piaga sociale «made in Italy», destinata a far discutere. «Mio marito ha sempre dovuto combattere, fin dal primo giorno che ha messo piede in Italia - racconta la moglie -. Il razzismo lo ha vissuto in prima persona e mi raccontava che molti capi lo trattavano male perché era nato in Marocco». La donna ha parole anche sull’investitore. «Ho saputo che è un ragazzo di 27 anni e che ha due bambini, proprio come noi. Questa cosa mi ha colpito molto. Forse un giorno però vorrei incontrarlo. Le parole in certi casi non servono. E io comunque credo di non averne più».

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