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«È un virus subdolo, non ti avvisa prima di entrare nel tuo organismo, attenti, abbassare la guardia significa rischiare la vita». La notte tra il 14 e 15 marzo 2020 il cuore di Maurizio Pinto, 38enne dipendente amministrativo in una casa di riposo, smette di battere dopo essere stato colpito dal covid. La bandiera listata a lutto esposta dal balcone del municipio in via XX settembre è la testimonianza della partecipazione accorata e commossa di un’intera comunità.
Sono i primissimi casi severi di infezione e il primo decesso in terra di Bari. Antonio Gaetano Pinto, medico e padre del 38enne oggi, a mente più lucida, rievoca quel tragico episodio. Pinto è stato primario del reparto di radiologia all’ospedale Santa Maria degli angeli di Putignano sino al 2017. Oggi svolge attività privata a Turi.
«Mio figlio purtroppo fu contagiato dal covid ma non abbiamo mai capito da chi e dove sia accaduto. Non c’erano ancora controlli, erano i primi casi, eravamo tutti molto più impreparati rispetto a oggi».

Tutto inizia con la febbre alta. «Mi allarmai non perché ipotizzassi una infezione da covid. Chiamai il responsabile del reparto dialisi di Putignano e chiesi un ricovero perché forse era opportuno fare alcuni approfondimenti. Fu d’accordo con me, ma lungi da noi pensare al covid. La sua positività fu un fulmine a ciel sereno».
Con il tampone che risulta positivo Maurizio viene immediatamente isolato. «Mia moglie e io andammo via e da quel momento non abbiamo più rivisto nostro figlio. Tutta la famiglia fu in isolamento fiduciario, anche mia figlia e mio genero a Rutigliano. All’epoca il tampone lo effettuavano solo agli operatori sanitari e il mio risultò negativo».

Per 2 settimane la famiglia Pinto vive isolata dal mondo. Maurizio intanto viene ricoverato immediatamente nel reparto di malattie infettive del Policlinico. Resisterà circa una settimana.
«Non potevamo parlare con lui nemmeno al telefono perché con il pallone per l’ossigeno, non riusciva a utilizzare il telefonino». La notte tra il 14 e il 15 marzo, la svolta infausta. Alle 21,30, il medico che inizia il suo turno di notte saluta il paziente. Anzi, scherzano insieme. Il tasso di ossigeno nel sangue è sufficiente. Le condizioni sono stabili. Certo, ha una grave polmonite con un’insufficienza respiratoria cui si aggiungono le condizioni di base, una disabilità che dal 2002 lo costringe in carrozzina e un’insufficienza renale che da un anno e mezzo lo costringe all’emodialisi, ma ce la farà anche stavolta, pensano tutti. Il cielo sa cosa accade in quel ragazzone alto un metro e 80 intorno alle 23. «Un medico mi telefonò dal Policlinico mezz’ora dopo la mezzanotte e testualmente mi disse: collega, Maurizio ha avuto una crisi respiratoria. Ipotizzai che l’avessero condotto in terapia intensiva; invece il suo cuore aveva cessato di battere da poco». E’ il 15 marzo 2020.

E a dolore si aggiunge dolore. La famiglia è ancora in quarantena, nessuno può uscire di casa per partecipare alla benedizione del feretro al cimitero. La bara è completamente chiusa, in ottemperanza alle normative vigenti.
Oggi, la tempesta dell’anima è sedata ma resta vivo il ricordo. «A distanza di quasi un anno, penso che abbia funzionato tutto bene. Non ho da attribuire responsabilità ad alcuno. Diciamo che doveva andare come è andata. Ci siamo mossi tutti secondo i tempi giusti ma questa è una malattia maledetta che non ti consente nemmeno di prevedere la reale gravità delle manifestazioni».

Amara la riflessione finale. «Quello che mi infastidisce sono i negazionisti e i cosiddetti no-vax. Non hanno capito niente. Ci sono tanti ragazzi che fanno finta che nulla sia accaduto solo perché sono più fortunati e magari se sono colpiti, la malattia passa in modo asintomatico. Tuttavia, non capiscono che andando in giro liberamente infettano in modo sintomatico i più deboli. L’altra cosa che mi fece innervosire all’epoca fu leggere sui social che fossi stato io a contagiare mio figlio perché ero andato in giro per l’Italia; da circa 2 anni non partecipavo a congressi benché invitato e Maurizio ha condotto sempre vita ritirata».

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