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Bari, San Girolamo di sangue 10 anni al killer di «la Befana»

Sullo sfondo dell’omicidio Vessio contrasti per lo smercio della droga

polizia

BARI - «La Befana», al secolo Luigi Vessio, non sarebbe dovuto morire. Il suo presunto assassino, Francesco Lambiase, 43 anni, di Santo Spirito, alias «Francuccio», ieri è stato riconosciuto colpevole di omicidio preterintenzionale e condannato in primo grado a dieci anni di reclusione. L’omicidio preterintenzionale è quello commesso «oltre l’intenzione». In poche parole, il colpevole vuole solo picchiare, percuotere o comunque provocare lesioni alla vittima, senza volerlo uccidere: a causa delle ferite, però, la vittima muore. Si tratta di un reato meno grave dell’omicidio volontario, ma la pena prevista dalla legge resta molto alta. Luigi Vessio era un sorvegliato speciale di Catino, con precedenti di piccolo cabotaggio, coinvolto in fatti di droga.

Era stato arrestato l’ultima volta nel 2012 dopo aver aggredito in spiaggia , armato di una bottiglia di birra rotta, un vicino di casa di 24 anni davanti alla moglie e alla figlioletta. Un piccolo delinquente, una figura marginale. Secondo la ricostruzione dei carabinieri del Nucleo investigativo del Reparto operativo provinciale, coordinati nell’attività di indagine del pm Lidia Giorgio, a spingere Francesco Lambiase, il pomeriggio del 15 aprile del 2014 ad ammazzare Luigi «La Befana», fu la volontà di infliggergli una punizione esemplare, ma probabilmente non quella di ucciderlo. Dopo 5 anni e sette mesi da quei fatti, ieri, al termine del processo celebrato nella forma del rito abbreviato, il Tribunale di Bari ha condannato Francesco Lambiase alla pena di dieci anni di reclusione, riconoscendo altresì l’aggravante mafiosa con riferimento al clan Strisciuglio, la famiglia di camorra alla quale, secondo l’accusa, il condannato apparterrebbe. Per questo omicidio «Francuccio» Lambiase è stato arrestato nel giugno del 2018 insieme all’amico e sodale Nicola Ciaramitaro, 30 anni, detto «Ciondolino» di Enziteto. Sul capo di entrambi pendeva l’accusa di concorso in omicidio, porto e detenzione in luogo pubblico di armi con l’aggravante d’aver agito con il metodo mafioso. Un mese dopo la notifica del provvedimento di carcerazione il Tribunale della libertà ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip, disponendo la scarcerazione del solo Ciaramitaro, difeso dall’avvocato Nicola Quaranta. La posizione di «Ciondolino» è stata successivamente stralciata dal pubblico ministero che ne ha chiesto l’archiviazione, continuando ad esercitare l’azione penale nei confronti del solo Lambiase. Dalla ricostruzione fatta dagli investigatori emerge che sarebbe stato Lambiase sotto il porticato delle palazzine di vico 1 Caravella, davanti all’ingresso del civico 9/C a Catino, ad aprire il fuoco, mirando alla parte bassa dal corpo. Fece scattare il grilletto una sola volta, da distanza ravvicinata, non più di 2-3 metri. Quell’unico proiettile provocò ben quattro fori su entrambe le cosce del povero Vessio, entrando e uscendo come fosse una pallina da flipper. Purtroppo provocò prima a destra la lacerazione della vena femorale e poi a sinistra la lacerazione dell’arteria femorale. La vittima, terrorizzata cercò di trovare riparo dall’altra parte della strada, sotto il porticato delle palazzine del corpo «D». Inciampò in un bidone della spazzatura, si rimise in piedi e tentò di entrare nel portone del palazzo più vicino. Stremato, si lasciò cadere, esausto. Qualcuno cercò di aiutarlo. Gli diede un bicchiere d’acqua che i soccorritori del 118 trovarono accanto alla pozza di sangue nel quale l’uomo, esanime, era riverso. Luigi Vessio morì in ospedale trenta minuti dopo essere stato colpito.

Il movente, sostengono gli inquirenti sarebbe nato «dal rifiuto della vittima di continuare a vendere droga per conto di Lambiase, sia di saldare un debito di circa 800 euro, ossia il valore dello stupefacente fornito da Lambiase a Vessio». Ma non solo. Da quello che si è saputo Luigi «La Befana» aveva litigato più volte con il suo presunto «datore di lavoro», fino a sfidarlo apertamente «facendogli pervenire un avvertimento» proprio il giorno in cui venne assassinato, invitandolo a non recarsi da lui nel quartiere poiché diversamente gli avrebbe «fatto male».

Dagli atti del procedimento emerge la tesi secondo la quale Lambiase «mediante l’agguato» avrebbe riaffermato «in modo violento la propria posizione di preminenza sul territorio dell’organizzazione mafiosa denominata Clan Strisciuglio ed in particolare dell’articolazione operante in Enziteto-San Pio-Catino». Nel corso del processo il quadro probatorio complessivo è stato arricchito dalle dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia. L’uomo condannato è il compagno di Pasqua Mari sorella di Angela Mari, legate da un vincolo di parentela al collaboratore di giustizia Michele Mari. Nel marzo del 2018 le due sorelle sono state protagoniste di un violento alterco terminato drammaticamente con l’uccisione a Catino, sotto la sua abitazione, di Antonio Scaglioso, marito di Angela Mari, intervenuto in difesa della moglie (la quale aveva aggredito la sorella con una mazza da baseball). Ad assassinare l’uomo, sotto gli occhi della moglie e della figlia, secondo l’accusa, sarebbe stato Antonio Ripoli, 33 anni, di Japigia, detto «Tonino», fidanzato della nipote di Scaglioso, figlia di Pasqua Mari. Ripoli è stato arrestato con l’accusa di omicidio e porto abusivo di arma da fuoco. Nell’interrogatorio di garanzia ha sostenuto di aver agito per difendere se stesso, la moglie e la suocera. Nel clan di Enziteto, all’epoca retto dall’ex boss Carmine Piperis, Antonio Scaglioso era stato sodale proprio di Francesco Lambiase. A scatenare la faida familiare sarebbero state alcune offese postate su Facebook nel corso di una festa che coinvolgeva le figlie delle due sorelle. 

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