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Si chiama Eco Fly Tech, è una società iscritta al registro delle start up innovative dall'11 marzo scorso, ma è anche uno spin-off dell'Università di Bari. Per raccontarne la storia è dalla strada provinciale che porta da Valenzano a Casamassima che bisogna cominciare. Qui (a Tecnopolis) c’è la sede, a circa un chilometro di distanza dal Dipartimento di Medicina Veterinaria, luogo in cui lavora Francesco Caprio, 42enne barese, responsabile dell'Unità Operativa di Medicina interna, Chirurgia e Ostetricia, inventore della tecnologia eCORS, ideata (e brevettata) dopo aver osservato una particolare specie di insetti: la Hermetia illucens, un dittero saprofago, cioè che si nutre di sostanze organiche in decomposizione. «Nel 2009 - ricorda Caprio - in un periodo in cui lavoravo alla ricognizione di soluzioni per minimizzare l’impatto delle deiezioni animali di un allevamento semiestensivo in Svizzera, mentre osservavo dei suini, che ricercavano avidamente alcune larve presenti nelle masse di letame lasciate dalle vacche, grazie ad una fortuita associazione di idee pensai che la soluzione andava ricercata in una corretta gestione di questo imponente flusso di reflui, possibilmente valorizzando il residuo di processo attraverso l’uso degli insetti. Decisi di investire nella ricerca di un sistema razionalizzato, che potesse imbrigliare l’incredibile capacità di conversione in biomassa che le mosche sono in grado di attuare con il letame, per poter ottenere un flusso di biomassa da reinserire nella catena alimentare zootecnica, proprio come avviene in natura».


Imitando e sviluppando questo meccanismo naturale, nasce quel che Caprio definisce «il maiale del terzo millennio», visto che con la tecnologia messa a punto non si butta via niente. «L'idea - spiega Caprio - è adesso un brevetto internazionale che prevede l’allevamento delle mosche saprofaghe, in un ciclo modulare ripetibile all’infinito, all’interno di sistemi elettromeccanici per il trattamento dei rifiuti organici. Per precisione, la bioconversione eCORS (appunto, la conversione ingegnerizzata dei rifiuti organici ad opera di organismi saprofagi, ndr), sfrutta la capacità degli insetti di convertire gli scarti organici in biomassa. Il processo utilizza la fase larvale della Hermetia illucens, in grado di accrescersi molto rapidamente digerendo gli scarti organici, accumulando grassi per il 36% e proteine per il 46% sulla sostanza secca, senza rappresentare un rischio per l'uomo poiché, differentemente da altre, queste mosche non sono in grado di veicolare malattie essendo prive di apparato boccale nella fase adulta. Questo processo, dunque, da una parte è in grado di trattare quantità sempre crescenti di scarti e dall'altra consente di trovare fonti alternative e a basso costo per produrre mangimi zootecnici, cosmetici, polimeri ed energia. Peraltro, i residui derivanti dalla bioconversione degli scarti costituiscono fertilizzanti dall’elevato valore agronomico».


Per arrivare a queste conclusioni c'è un altro passaggio decisivo. Quando Caprio incontra un gruppo di imprenditori monopolitani, la società licenziataria da loro costituita, la Econher srl, interpella l'università per i necessari approfondimenti scientifici dal punto di vista zootecnico, microbiologico ed entomologico. È a questo punto che entra in scena la Eco Fly Tech, con l'obiettivo di costituire la prima realtà italiana in grado di mettere a frutto le potenzialità della nuova tecnologia attraverso la realizzazione di industrie per l'allevamento di insetti da fornire agli impianti di bioconversione, l'ultimo anello della catena industriale. «La Eco Fly Tech - afferma Giuseppe Caramia, fondatore e coproprietario insieme con Mino Garganese e Vito Carucci, della controllante Econher - si occuperà dell’allevamento di insetti, della loro distribuzione al termine dell’accrescimento e della vendita dei prodotti ottenuti dagli impianti di bioconversione. Questi saranno realizzati e commercializzati da noi, unica start up innovativa al mondo licenziataria eCORS».
Il prototipo esiste già ed è a Tecnopolis. Entro l’anno sarà pronto l’impianto pilota di bioconversione. Per fare un esempio, con questi impianti sarà possibile produrre in 15 giorni, da 10 tonnellate di scarti vegetali e 10 milioni di larve... affamate, una tonnellata di larve ingrassate da cui ottenere 170 chili di olio, 250 chili di farina proteica, 10 chili di chitosano, 3 tonnellate di fertilizzante organico e 500 litri di concime organico liquido. Per comprendere le potenzialità dell’impresa, basti riportare alcune cifre. Nel 2017 (fonte Ispra) in Italia sono state prodotti 6,6 milioni di tonnellate di rifiuti organici derivanti dalla sola raccolta differenziata, cui si aggiungono 6,4 milioni tonnellate di scarti lasciati sui campi coltivati e 5 milioni di tonnellate di scarti agroalimentari. Ma non basta: ci sono anche 3 milioni di tonnellate di fanghi derivanti dal trattamento delle acque urbane e nientemeno che 129 milioni di tonnellate di letame/liquame zootecnico. Per le larve, una vera scorpacciata

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