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di MASSIMO BRANCATI

Donne e manifesti pubblicitari sono un binomio da sempre a rischio di polemica, da maneggiare con cura come cristalli in una acciaieria. Negli anni Settanta il movimento femminista dichiarò guerra ai pannelli che reclamizzavano prodotti d'ogni tipo utilizzando l'immagine di ammiccanti fanciulle. Si arrivò perfino a demonizzare la bionda svedese, conturbante testimonial di una birra italiana, aspirante amante dei buongustai del luppolo tricolore. Guai, però, a parlare di censura. Le streghe sarebbero tornate per bastonarti. Solo una guerra allo stereotipo della donna oggetto, all'uso e abuso del corpo femminile, al maschilismo imperante nelle campagne pubblicitarie.

Sono trascorsi quarant'anni, ma gli echi di quelle diatribe s'odono ancora. Nitide e amplificate dai social. A Potenza - definita dagli stessi residenti, in vena di rime baciate, «città dell'apparenza» - sembra esserci un conto in sospeso con le donne quando ci sono di mezzo spot e attività promozionali che puntano su immagini equivoche o interpretabili in base alla propria sensibilità. Scatenò il putiferio, negli anni '90, il manifesto di un'emittente privata che utilizzò le gambe chilometriche di una modella come antenna di una radio portatile. Pubblicità definita «volgare». E insidiosa per automobilisti, alle prese con «curve pericolose» e incroci, e pedoni in prossimità dei pali della luce. Resistette un paio di giorni sui muri della città prima di essere oscurata da una più rassicurante e castigata vendita di ferramenta.

Non si scolla dagli spazi pubblicitari, invece, il manifesto dell'ultima polemica potentina. Nonostante gli anatemi di diverse associazioni femminili presenti sul territorio che ne hanno chiesto la rimozione. È lo spot di un convegno sul femminicidio, in programma nel capoluogo lucano per venerdì 13 aprile. Questa volta non sono le immagini a urtare la suscettibilità, ma il messaggio, lo slogan scelto per promuovere l'incontro: «Amore, ma se mi uccidi, poi chi picchi?». Una chiara provocazione, tra l'altro non inedita, visto che si tratta del titolo di un cortometraggio patrocinato e prodotto dalla Regione Campania. Sarà che i napoletani hanno un senso dell'umorismo molto più sviluppato, ma da quelle parti la frase è passata quasi inosservata o, comunque, confinata in una dimensione satirica tra risate e pummarola. A Potenza, invece, ha suscitato sdegno e sgomento. Più delle scritte antisemite apparse sugli edifici di Lavello. A guidare l'esercito delle «ferite e incazzate» la consigliera regionale delle Pari opportunità Ivana Pipponzi: «La finalità del convegno è nobile - ha detto - ma la modalità è in contrasto, oltre che col buonsenso ed il buongusto, anche con il doveroso rispetto della dignità femminile. Messaggi di questo genere ci sembrano andare in un’opposta direzione del contrasto alla violenza». Anche l'assessore comunale di Potenza alle Pari opportunità, Carmen Celi, sposa la linea: «Su temi delicati come questi bisogna stare molto attenti, altrimenti si possono lanciare messaggi travisabili, sbagliati e contraddittori, che finiscono per vanificare le tante campagne di sensibilizzazione in atto».

Ma davvero lo slogan è così fuorviante e dispensatore di un messaggio violento subliminale? «Sinergie lucane», l'associazione che ha organizzato l'evento, parla di una reazione spropositata: «L'intento del manifesto – sottolinea la presidente Paola Faggiano - è di essere d'impatto e centrare il problema alla base della personalità distorta e ambivalente dell'uomo che esercita violenza sulla stessa persona che dichiara di amare. Lo fa con un ossimoro ma soprattutto attraverso una domanda che inchioda il carnefice di fronte a questo meccanismo malato. Io credo che si debba guardare oltre e riflettere ed è questo che si voleva con un titolo così forte ma che ha nel suo stesso sottotitolo la spiegazione: la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci». È stato utilizzato un linguaggio provocatorio e di rottura per dare una «spinta» alla battaglia contro il femminicidio.

In fondo è ciò che i guru della pubblicità ci dicono da sempre: per essere incisivi occorre scrollarsi di dosso il linguaggio politically correct e colpire allo stomaco. Un pugno per svegliare dal torpore l'archetipo del cittadino distratto, osservatore di figure e affetto da allergia cronica allo scritto. Che sia o no di cattivo gusto, lo slogan ha centrato in pieno il suo obiettivo. Il convegno del 13 aprile, a Potenza, è popolare quanto l'appuntamento televisivo con la partita di Champions.

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