Martedì 23 Ottobre 2018 | 05:47

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Cent'anni di singletudine
il segreto della felicità

scarpe

L'assenza di dolore? Il raggiungimento del piacere? La conoscenza? Chi può dire con esattezza cos’è la felicità? Banalizziamo: i soldi? il potere? l'amore? l'ascetismo? Dopo millenni di tentativi, brancoliamo nel buio. Forse perché ognuno ha una sua soglia di felicità: chi la raggiunge navigando da solo per giorni in barca a vela, chi salvando i cuccioli dalla strada, chi acquistando un paio di Louboutin.
Nel frattempo l'Onu ha dedicato una Giornata mondiale alla celebrazione della felicità. L'abbiamo festeggiata ieri. Nessuno se ne è accorto? Peccato. Eppure le Nazioni Unite avevano invitato gli Stati a promuovere «attività educative di crescita della consapevolezza pubblica» nell'obiettivo di un «approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l'eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone». Questa l'idea, almeno per le Nazioni Unite. Flaubert aveva tutt'altra opinione: per essere felici bisogna essere egoisti, godere di buona salute ma, soprattutto, essere imbecilli. Lo stesso Fitzgerald, a Daisy («Il Grande Gatsby») fa dire: «O figlia mia, ti auguro di essere una stupida per vivere felice». Essere inconsapevoli: beh, in effetti può essere una bella forma di sopravvivenza.

E se Nietzsche criticava la felicità, ritenendola l’orizzonte dei mediocri, come si spiega che Albert Einstein - nel famoso bigliettino elargito al cameriere giapponese a mo’ di mancia - scrivesse: «Una vita tranquilla e modesta dà più felicità del perseguimento del successo»? Bigliettino divenuto preziosissimo nel corso del tempo tanto da essere venduto all’asta per svariati milioni di euro (a proposito: chi può dare dell’infelice a chi ha intascato tutti questi soldi?).

Ma questa è roba materiale. Lirica e struggente la descrizione di un mondo di felici emozioni che tornano all’improvviso nel semplice morso delle «maddalene» di Proust. Dunque anche la nostalgia può rendere felici? Nel dubbio, dovendo mordere qualcosa, ci sono anche «un bicchiere di vino con un panino»: Albano e Romina... non sarà la recherche ma, in qualche modo, ci siamo capiti.
Il dibattito, infine, approda intorno a un tavolo di giornalisti. Lasciate Aristotele, dimenticate Epicuro, bando al neokantismo e alla liquidità baumaniana: gli intellettuali, nel profondo, hanno il gusto delle cose pratiche. Conclusione: più felici sono i single! Sì, innanzitutto parliamo di soldi. Niente onerosissime spese per famiglie e figli, perché l’Italia - checché certi movimenti propagandino - non è un Paese per famiglie. Inutile parlare dei costi micidiali delle separazioni, laddove la «felicità» coniugale s’interrompa spalancando il baratro della divisione dei beni, degli assegni di mantenimento, delle spese legali (e dell’inevitabile corollario del dolore).
Ma, più d’altre, la grande motivazione della felicità dei single è la libertà. «La libertà è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la possibilità di cercare» (Ignazio Silone). La singletudine è una condizione dell’anima: arrivarci (almeno per molti) è come raggiungere il nirvana senza necessariamente far uso di sostanze stupefacenti. E se singletudine fa rima con solitudine, che sia catartica e positiva (e ci perdoni Lausa Pausini).

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