Martedì 26 Marzo 2019 | 17:08

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La nostalgia del vecchio stadio
col fiato del pubblico addosso

stadio della vittoria a Bari

Brividi, emozioni e ricordi. Per un pomeriggio il cuore del della Vittoria, il tempio della passione biancorossa fino al 1990, ha ripreso a battere. In 5mila hanno potuto rivivere quella magica atmosfera, descritta da nonni e padri, custodita e tramandata di generazione in generazione come se fosse una reliquia.

Il rito del panino consumato aspettando l'inizio della partita, la birra sorseggiata, le chiacchiere d'obbligo col tifoso vicino per ingannare il tempo e soprattutto la visione, quasi a grandezza naturale, dei protagonisti in campo.

Oggi è toccato ai rugbisti delle nazionali under 20 di Italia e Scozia, calpestare l'erba del della Vittoria. Ieri, erano gli eroi del pallone a correre in lungo e in largo. E a distanza di vent'anni, oggi come ieri, gli atleti si potevano quasi afferrare con le mani, abbracciare, a differenza di quel che accade al San Nicola, definito - non a torto - il primo stadio per non... vedenti.

Tra gli spalti e il campo si instaura un rapporto strettissimo, perché le distanze sono a dimensione d'uomo, la capienza consente di apprezzare lo spettacolo, di trasformare - se necessario - il della Vittoria in un'arena da gladiatori. Come accadeva in passato. Quando le urla di incitamento dei tifosi, con tanto di insulti, erano talmente vicine da rimbombare nelle orecchie dei giocatori. Nulla a che vedere con la volgarità diventata ora il carattere distintivo dei nostri stadi. Si creava così un effetto dolby surround fatto in casa, in grado però di annichilire l'avversario, di condizionarlo psicologicamente, fino a trasformare l'impianto in un fortino difficile da espugnare. Roba da leggenda del pallone. Da qui è passata la storia del nostro calcio: sfide, sudore, vittorie. Da qui potevi vedere le facce dei giocatori, ben delineati e scolpiti, leggevi sui loro volti la gioia per un gol fatto o il rammarico per un gol subìto. Lo stadio come un bar allargato, romantico, come un cortile popolare o un pianerottolo dove le famiglie si incontravano per chiacchierare.

Il «della Vittoria» era ed è tutto questo, lo stadio bomboniera. Era un scherzo da ragazzi addirittura invadere il terreno di gioco. L'ultima volta accadde contro l'Atalanta. Le porte dei bagni furono sradicate e utilizzate come ponti levatoi per entrare in campo. Il paesaggio non è cambiato, come i sentimenti e gli sguardi delle persone, anche se il protagonista adesso è il rugby. Gli odori, i profumi sono gli stessi nonostante gli anni passati. La grande bellezza è rimasta. La febbre della domenica sera no, si è trasferita al San Nicola. Moderno ma scomodo, grande ma spersonalizzante, monumento alla globalizzazione del pallone e alle sue contraddizioni. I giocatori? Li immagini. Non riesci neanche a leggere i nomi dietro le magliette. Troppo lontani dal pubblico.

Oggi «piccolo è bello» è tornato di moda. Lo slogan convince. Per quanto riguarda il «della Vittoria», però, è destinato a restare tale. Non è una questione di soldi o di sicurezza. Il vero problema è cosa fare del San Nicola se si dovesse tornare a giocare nello stadio-bomboniera. L'astronave di Renzo Piano non si può demolire, non si può abbandonare, non si può chiudere. Si può solo trasformare se ci sono i soldi. Tanti soldi. Per vivere, lo stadio Mundial, deve essere aperto e fruibile ai tifosi tutto l'anno.

Intanto, grazie rugby. Per averci regalato una giornata vintage, all'insegna della struggente nostalgia.

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