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Solo un colpo di mattarellum
può assicurare governabilità

mattarella

Strano il mondo. Il presidente cinese Xi Jinping si proclama imperatore a vita. Il collega russo Vladimir Putin si prepara a qualcosa di simile, sia pure non disdegnando gli intervalli elettorali. L’equipollente americano Donald Trump vorrebbe imitarli, ma deve annacquare le sue pulsioni vitalizie nel bicchiere di una battuta umoristica. Altri leader si accingono a emularli seguendo istinti nazionalistici. La democrazia non attraversa il suo periodo storico migliore. Di sicuro non è irreversibile. La tentazione padronale, per molte nomenklature al potere, è più irresistibile di un barattolo di Nutella.

Le democrazie possono eclissarsi in due modi: per surplus o per deficit di potere da parte della classe dirigente. Le democrazie sono complicati marchingegni d’equilibrio tra governanti e governati, tra maggioranze e opposizioni, tra istituzioni e corpi intermedi, tra legislativo ed esecutivo, tra rappresentanza politica e autorità giudiziaria, tra organi di governo e organi d’informazione, tra autorità amministrative e strumenti di controllo.. Per questo, come insegnano i classici del pensiero liberal-democratico, la libertà richiede continua vigilanza.

Se Cina, Russia e Usa hanno esecutivi, e relativi capi , affetti da doping decisionale, l’Europa, o meglio gli Stati europei, soffrono di una malattia opposta: la carenza di autorevolezza, oltre che di autorità, da parte chi chi governa.
Persino la Germania non è più quel modello di stabilità governativa di un tempo. Fatta eccezione per la Francia, tutte le nazioni del Vecchio Continente sono guidate da esecutivi oscillanti come foglie autunnali. Il che, oltre a indebolire i singoli Stati, indebolisce la stessa Unione Europea, che oggi guarda dalla quarta fila lo spettacolo dei tre protagonisti sulla scena mondiale, pur disponendo l’Europa, di un Pil complessivo degno di una superpotenza.

La questione si chiama governo. Una questione che tocca in primis l’Italia, da 70 anni alla vana ricerca - direbbe il cantatutore Franco Battiato - di un centro di gravità permanente. Quasi tutti i grandi leader del Belpaese, a cominciare da Alcide De Gasperi (1881-1954) si sono cimentati nel tentativo di riequilibrare il rapporto tra esecutivo e legislativo, al fine di rendere più spedita e trasparente la fabbrica delle decisioni. Ma nessuno è riuscito a centrare l’obiettivo. Anzi, molte mini-riforme hanno addirittura peggiorato la situazione, rendendo il sistema politico più lento di un ippopotamo.
Nell’era della globalizzazione, è altamente pericoloso presentarsi al cospetto dei competitori esteri con governi svuotati di forza e con istituzioni prive di prestigio. Si rischia l’irrilevanza, quanto meno la subalternità rispetto al mondo che conta.

Il referendum costituzionale bocciato il 4 dicembre 2016 non era un capolavoro. Per giunta per stato presentato ai cittadini con una carica di personalizzazione politica perlomeno autolesionistica. Ma la tematica (creare le condizioni per una governabilità di legislatura) che quel quesito aveva voluto sottoporre al giudizio degli italiani, è destinata a riaffacciarsi al più presto sulla scena politica nazionale, pena la cronicizzazione della paralisi governativa. E un Paese senza governo è destinato, prima o poi, a vivere avventure spiacevoli, a imbattersi in qualche aspirante ducione. Del resto è da tempo immemorabile, dalle prime commissioni per la riforma costituzionale, che si cerca di dotare il governo italiano dei medesimi poteri attribuiti agli esecutivi democratici occidentali. Le stesse Regioni hanno adottato sistemi decisionali simili ai modelli presidenziali in auge in altri posti.
Ora. Per il governo nazionale non è necessario imitare l’ordinamento istituzionale delle Regioni, fondato sull’elezione popolare dei Presidenti. È sufficiente un mix di misure, tra legge elettorale e assetto costituzionale, a beneficio della governabilità.

Il voto del 4 marzo costituisce, o può costituire, una spinta in tale direzione, anche se tutti fanno finta di ignorare la questione. Che vogliamo fare? Vogliamo consegnarci a secoli di non governo, dato che con le attuali regole del gioco, la formazione di un esecutivo coerente e maggioritario rimarrà più improbabile di una retrocessione del Real Madrid in serie B?

L’Italia ha perso grandi occasioni, anche in sede referendaria, per passare da una democrazia caotica a una democrazia funzionante. Il 1999, ad esempio, il responso popolare bocciò per un soffio il referendum di Mario Segni che introduceva il sistema elettorale maggioritario all’inglese. Se quella proposta fosse passata, quasi certamente si sarebbe rafforzata l’intera architettura costituzionale. Né si sarebbe dato vita al carnevale delle riforme elettorali, una più oscena dell’altra, tese a ipotecare la vittoria di chi in quel momento si trovava dietro le scrivanie giuste.

Lo stallo odierno è figlio degli errori e dei retropensieri del recente passato. Ma il Paese non può stare fermo. Né potrebbe essere una soluzione quella ritornare alle urne con gli attuali meccanismi del voto: ci ritroveremmo, al 99%, punto e a capo.
C’era una via d’uscita nei mesi scorsi, che avrebbe assicurato governabilità e agibilità democratica: il sistema elettorale denominato Mattarellum. Se fosse stato reintrodotto, i risultati del 4 marzo avrebbero dato vita a una maggioranza autosufficiente. Invece, quasi tutti, compresi quelli che avrebbero ottenuto benefìci dal ripescaggio del Mattarellum, hanno eretto un muro di contrasto contro il testo che porta il nome dell’attuale presidente della Repubblica..
Si dovrebbe ripartire da un sistema funzionante come il Mattarellum prima di ridare la parola ai cittadini. M5S, Pd e centrodestra potrebbero, se vogliono, trovare un’intesa preventiva in proposito, per poi giocarsi la partita in nuove elezioni, regolate dal Mattarellum. Ma il senso di responsabilità che invoca quotidianamente l’inquilino del Colle, non trova spazio (neppure) tra i professionisti del senno di poi. 

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