Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:12

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Quello che le donne
non fanno in politica

donne

La spedizione italiana ai Giochi invernali in Corea è soddisfatta d’aver raggiunto l’obiettivo prefissato: almeno 10 medaglie. Nello sport è il modo più semplice e concreto per valutare se è andata bene. Ma i numeri raccontano sempre una faccia della verità, l’altra bisogna andare a scoprirla. In questo caso non è neppure difficile: l’altra faccia della verità dice che di quelle dieci medaglie le più importanti le hanno conquistate le donne e dice anche che dei sedici atleti (contando le staffette) con una medaglia al collo, undici sono donne. Dunque le loro prestazioni, fatte di sudore, lacrime e volontà sono state il valore aggiunto alla squadra. Dal coraggio della Goggia all’orgoglio della Kostner (anche senza medaglia), dall’umiltà della Fontana all’ostinazione della Moioli c’è solo da imparare.

Se si guarda alla vita di ogni giorno, il risultato sportivo non è poi così straordinario: le donne tirano la carretta più dei maschi e in ogni settore riescono a dare quello sprint in più che significa fare meglio e prima degli altri. Ma nonostante le tante battaglie, una parità autentica fra i due sessi non c’è ancora. Per riconoscere l’uguaglianza in politica è stato necessario prevederlo per legge, riservando dei posti nelle liste. Ma si sa, i rimedi talvolta sono peggiori del male. E così questa astiosa campagna elettorale sta ignorando quella che doveva essere una rivoluzione.
Attraverso i media circolano i volti di donne, ma sono quelle già note: la Lorenzin, la Boschi, la Bonino, la Meloni e pochissime altre. Per guadagnarsi qualche secondo di pubblicità devono commettere qualche strafalcione sui manifesti, come la candidata Pd a Matera. Oppure devono inventarsi carriere importanti, come la candidata grillina a Napoli spacciata per consulente della Merkel. Poi il resto è silenzio. Eppure sulle liste, così come prevede la legge, i nomi delle donne ci sono. Illustre sconosciute, quasi sempre «protesi» degli uomini che pur di riempire quelle caselle hanno chiesto a mogli, nipoti, segretarie e amanti di candidarsi. Non sappiamo quante di loro approderanno in Parlamento e se grazie alla nuova legge saranno di più che in passato.

C’è da chiedersi perché la politica sia così ostile all’altra metà del cielo. È solo per un’arcaica convinzione che il potere, in tutte le sue manifestazioni, è maschio? È per una cultura tendenzialmente tradizionalista? O è perché gli uomini sotto sotto temono le donne: la loro capacità di essere concrete, di trovare soluzioni a problemi che sembrano irrisolvibili, di sacrificarsi per gli altri?

Nella campagna elettorale tutti dicono di cambiare, ma nessuno dice che il cambiamento epocale sarebbe avere un Parlamento a maggioranza rosa. Dopodiché più che di un governo di larghe intese, si potrebbe pensare a un governo di larghe pretese. Perché le donne osano, là dove gli uomini si fermano a fare i calcoli sulla convenienza.
Se ci fosse un rigurgito femminista in questi ultimi giorni, piuttosto che assistere alle trite e ritrite dichiarazioni dei vari leader, si potrebbe avere da subito un effetto benefico su una questione dimenticata: l’affluenza alle urne. Una mobilitazione rosa farebbe certamente aumentare la partecipazione al voto e tutti i parlamentari eletti avrebbero un consenso più ampio, quasi una legittimazione più forte, perché espressione di più cittadini.
Questo dell’affluenza è un tema tabù. Lo evitano tutti, a cominciare dai sondaggisti: sanno bene che tutte le previsioni e i numeri diffusi fino a oggi sono buoni a patto che voti un certo numero di italiani. Se sono molti di più o molti di meno, addio forchette e cucchiai. Sarebbe bello se alla violenza delle parole o delle botte degli estremisti si riuscisse per una volta a contrapporre una violenza dei numeri.

Ma forse i tempi non sono maturi. Eppure alla fine del Concilio Vaticano II c’era stato un Papa, Paolo VI, che proprio alle donne aveva voluto che fosse inviato un messaggio speciale. Poche profetiche righe, certo ancora ricoperte dalla retorica dell’angelo del focolare – non dimentichiamo che siamo nel 1965 – ma con due passaggi assolutamente nuovi: «Ma viene l’ora, l’ora è venuta, in cui la vocazione della donna si completa in pienezza, l’ora in cui la donna acquista nella società un’influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto. È per questo, in questo momento nel quale l’umanità sperimenta una così profonda trasformazione, che le donne imbevute dello spirito del Vangelo possono tanto, per aiutare l’umanità a non decadere». Aiutare l’umanità a non decadere, mica roba da niente.
Vediamo che cosa accadrà, anche se di fronte al nuovo candidato bluff di Di Maio, alla paura di nuove violenze fra fascisti e centri sociali, c’è poco da sperare. Ci vorrebbero donne come le nostre campionesse del gelo: «Spero che queste medaglie olimpiche ci abbiano restituito un po’ di orgoglio da italiani - ha detto la Fontana dopo il suo terzo successo - Ora torno a casa e vado a votare, dobbiamo farlo tutti, perché tutti dobbiamo darci una svegliata». Si può non darle ragione?

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