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Ha un grande difetto
è uno competente

ignoranza

Ignorante è bello, anzi è meglio. Quanto sembra lontano il tempo in cui a chi non aveva studiato si metteva un cartello al collo per farlo vergognare. Per non parlare dei ginocchi sui ceci dietro la lavagna. Così come è preistorica la scritta «Asino chi legge» sui muri, perché chi legge oggi è l’unico a non essere asino. Poco altro da aggiungere di fronte a un imprenditore-tipo il quale dice: ma a che servono i laureati in economia? Per gli affari bisogna avere fiuto, non aver consumato libri. Che potrebbe anche essere una sua opinione, se invece di essere solo la sua non fosse quella della quasi totalità dei suoi colleghi. Come ha accertato una recente indagine il cui straordinario risultato è aver scoperto l’acqua calda. Perché la grande sconfitta del nostro tempo è la competenza. Altro che le sconfitte del Benevento in serie A.

Ora si potrebbe sospettare che lamentarsene sia uno spot pubblicitario per le iscrizioni alle università. O che si vada a parare al solito Trump, che pure dottore pare lo sia anche se si vanta di non saper leggere un bilancio. O che sia una sberla elettorale contro il Di Maio, possibile capo del governo senza esser mai passato da un ateneo quanto invece dallo stadio del Napoli. E del resto, per lo stesso Renzi i professori non erano più che gufi. Fosse solo così, ce ne faremmo una ragione.
Ma oggi chiunque, mettiamo, può fare una sparata contro i vaccini sapendo a malapena cosa è una aspirina. O crocifiggere l’euro non ricordando più neanche la tabellina pitagorica. O parlare di Europa non avendo viaggiato mai oltre i Castelli romani. O attaccare la Fornero come una biscazziera credendo che l’Inps sia una sala giochi. Anche così certe promesse elettorali sembrano più una mano di poker che uno straccio di ragionamento (se è permesso il termine). E non c’è nulla di più sospetto di un intellettuale, come se la democrazia dovesse significare poter sproloquiare su qualsiasi cosa quanto più non la si conosce. Democrazia di base. Ma non di altezza, preciserebbe Totò.
Sarebbe tutto meno scontato se l’arena di ogni cavolata non fosse quell’Internet, secondo il buon Umberto Eco popolata di scemi del villaggio molto più di quanti ne avessero i villaggi. Mettendo in fuga, in «codesto reame» (direbbe De Andrè), chiunque non voglia trovarsi investito di fogna a bruciapelo. E con i «mi piace» considerati più importanti di una investitura divina. Ancorché la Rete sia solo la conferma che il re è nudo in un Paese in cui il 50 per cento della popolazione ha difficoltà a capire un annuncio della Asl su nuovi orari per le analisi del sangue. E Paese in cui lo stesso 50 per cento non legge nemmeno un libro all’anno. E che ha il più basso numero di laureati (appunto) e di diplomati del continente.

Secondo uno studioso (pardon) americano, la competenza è oggi sospetta come un lupo vegetariano. Come una violenza su un nuovo mondo rampante in cui i congiuntivi fossero una dittatura da spodestare. E non solo, come si è visto, in politica. Che sulla scia del nuovo potere senza sapere ha fatto eleggere finora igieniste dentarie, soubrette, calciatori, portaborse, pizzaioli, autisti (con tutto il rispetto). Benché la presunta stupidità dei politici non è un ultimo arrivo. Con Churchill che li considerava il miglior argomento contro la democrazia. Ma col filosofo Bertrand Russell secondo il quale non possono mai essere peggiori di chi li ha scelti. Compreso, come abbiamo visto, quel mondo produttivo che chiede più manovali che liceali, anche se poi spesso li paga peggio di mendicanti davanti alla chiesa. Con la scuola che dovrebbe adeguarsi, anche se la prima a non essere trattata in maniera adeguata in Italia è proprio la scuola. E col merito che tutti invocano tanto quanto lo guardano con più sospetto di un serial killer.

Non è solo italiana la moderna rivolta contro la competenza. Ma da noi tutto sembra coincidere. Non avremmo la classe politica fra le più corrotte se non ci fossero corruttori dal costo totale di 120 miliardi l’anno. Più o meno quanto l’evasione fiscale, soprattutto da parte di chi le tasse potrebbe più pagarle. Con un debito pubblico che sale quanto più tutti (anzi non proprio tutti) assicurano di volerlo abbattere. Con una economia sommersa di 200 miliardi. E con una cultura del clientelismo, del familismo, del favoritismo, della raccomandazione, della furbizia che come una trappola mette in fuga decine di migliaia di giovani laureati, di ricercatori, di artisti, di intelligenze che cercano giustizia all’estero. Anzi non la cercano, la trovano perché sono trattati da competenti dove la competenza non è una molestia sessuale.
Ma siamo sempre, e nonostante tutto, un grande Paese. Almeno finché, come temeva Einstein (che di relatività si intendeva), ad andare in crisi non sia anche l’incompetenza. Incompetenti e pure in crisi. Ma lui, si sa, era un gran mattacchione.

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