Martedì 19 Marzo 2019 | 15:44

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Lo Stato malfattore
e i cittadini evasori

evasione fiscale

Uno dei temi più caldi della campagna elettorale in corso riguarda le tasse. È noto come la fantasia di «esperti» e creativi dei partiti si sia sforzata di elaborare proposte tanto allettanti quanto inverosimili. Dai vari bonus a una flat tax che si può allargare e comprimere come il mantice di una fisarmonica: 15 per cento, no facciamo 20, ma no è più serio se facciamo 25. Per non parlare poi dei vari «redditi»: di dignità, di inserimento, di inclusione, di che volete voi. Si dirà: è la solita fiera delle promesse, che magari questa volta è diventata proprio la fiera delle prese per il colon.

C’è una curiosità però che andrebbe soddisfatta: perché i partiti, i primi a sapere quanto le loro proposte siano irrealizzabili, si ostinano a battere su questo tasto? Pensano che davvero gli italiani siano dei creduloni con l’anello al naso? Può darsi.
Di certo, però, alla base di questi allettanti programmi fiscali c’è un pericoloso retro pensiero che non aiuta la crescita della società. È la concezione dello Stato come nemico, avversario, vessatore del cittadino. Da qui la visione del fisco come un ladro che «mette le mani in tasca agli italiani». Slogan nato alcuni anni fa e ancora oggi di grande efficacia comunicativa ma di scarsissimo valore etico. Lo Stato è dunque indirettamente raffigurato non come la prima istituzione in cui tutti i cittadini si identificano e di cui si sentono parte, ma come un famelico rapinatore dal quale difendersi in ogni modo: lecito e illecito.

È dell’altro ieri la notizia che la lotta all’evasione fiscale ha fruttato nel 2017 la cifra record di oltre 20 miliardi. Da cui la facile equazione: Stato oppressore, cittadini evasori. Ecco, anche in questa terminologia - «lotta all’evasione» - è presente una vis fortemente conflittuale e distorsiva: lo Stato e le sue imposte sono immaginati come una gabbia, un carcere dal quale il cittadino tenta di fuggire, di «evadere» appunto. Sono termini rivelatori di una concezione rimasta ferma a epoche lontane e che nel corso dei secoli ha portato a elaborare le tecniche più ingegnose per spremere tasse da una parte e per evitarle dall’altra. Noi pugliesi fummo maestri quando c’inventammo i trulli, case da «smontare» all’arrivo dei gabellieri.
Oggi si parla di «fisco amico» e si cerca, almeno a livello comunicativo, di far passare questa idea. Ma ha il sapore della propaganda facile, contraddetta com’è da quel che si sente e si dice. Se non si comincia a parlare in termini realistici e costruttivi spiegando che le tasse servono al vivere insieme, ad avere cioè quei servizi essenziali che tutti pretendiamo da uno Stato – sanità, istruzione, sicurezza, solidarietà, trasporti – la nostra etica pubblica resterà ferma al Medioevo, sepolta dalle chiancarelle dei trulli.

Certo, l’Italia ha un carico fiscale enorme rispetto ad altri Paesi, per cui la tentazione di evadere è forte e spesso, anche quando si è presi con le mani nella marmellata, si è riusciti ad avere comunque il vantaggio di pagare dopo diversi anni. Ma questa è una distorsione del sistema, provocata da una serie di fattori, alcuni dei quali graditi agli stessi cittadini. Basti pensare per esempio a un ipotetico meccanismo perfetto di tassazione nel quale tutti paghino senza fare i furbi: che fine farebbe l’esercito di controllori che però oggi ha un lavoro e un reddito proprio grazie alla funzione di controllo? È un po’ la teoria keynesiana delle buche da scavare per poi riempirle. Se le tasse fossero eque, nessuno evaderebbe e non ci sarebbe bisogno di tutto l’apparato repressivo. È evidente che si tratta di una pura ipotesi teorica, un’astrazione identica a quella che profetizza che se tutti pagassero un’aliquota ragionevole (compresa tra il 15 e il 20 per cento del proprio reddito) il gettito fiscale resterebbe invariato rispetto alla situazione attuale, anzi si darebbe una bella spinta alla ripresa dei consumi.

In realtà se non si capisce e non si aiuta a far capire che lo Stato «siamo noi, siamo noi padri e figli», per fare il verso a una celebre canzone di De Gregori, non si va da nessuna parte. Le tasse vanno pagate perché è un dovere morale, di etica pubblica. Così come è un dovere morale di chi ci amministra individuare i criteri più equi e solidali per determinare quanto pagare e pagare tutti. E se costoro non fanno il loro lavoro, se disseminano la loro attività di ruberie, se l’interesse personale è sempre più importante di quello generale, allora abbiamo il dovere di prendercela con loro, non di emularli aggiungendovi la nostra ruberia in campo fiscale. Smettiamola con la concezione dello Stato malfattore, dal quale difendersi perché ci mette le mani in tasca. Oppure dovremmo ammettere che siamo tutti malfattori. Soprattutto in campagna elettorale.

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