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con bambini
e donne senza rete

violenza donna, stalking

Il più orribile dei reati. Impossibile da accettare. Eppure si deve affrontarlo anche se per farlo bisogna confrontarsi con i demoni che affollano la mente di un padre accusato dalla figlia 14enne di aver abusato di lei tutte le volte che restavano soli in casa. Perché è di questo che stiamo parlando. Dell’adolescente di Cassino che in un tema dal titolo: «Scrivi una lettera a tua madre confessandole ciò che non hai il coraggio di dirle», ha rivelato le violenze che avrebbe subito. La vicenda, già terribile, ha avuto un epilogo altrettanto terribile: l’uomo, sospettato anche di aver molestato in passato un’altra figlia ora adulta, allontanato da casa e messo sotto controllo con un braccialetto elettronico, si è impiccato all’ingresso di una chiesetta di montagna.

Un genitore che abusa di un figlio, un orrore, ma un orrore purtroppo non così infrequente. Al di là del caso di Cassino, sul quale le indagini sono ancora in corso e che richiede pertanto tutte le cautele necessarie, gli abusi in famiglia si rincorrono periodicamente e drammaticamente nelle cronache. La violenza in famiglia, un tempo era chiusa ermeticamente nelle segrete stanze delle aberrazioni di una certa cultura patriarcale dove alcuni padri padroni consideravano anche i figli un autentico «bene» di cui disporre a proprio piacimento. Superata dalla storia quella cultura, però il tragico fenomeno non è scomparso, sembra anzi in aumento, anche se così non è. Ora queste storie a volte vengono alla luce, sia pure tra mille difficoltà: reticenze sensi di colpa, coperture. Prima invece tutto veniva tacitato. Ma gli abusi familiari restano. Spesso chi abusa è stato a sua volta abusato.
Il passaggio da vittima a carnefice in questi casi è purtroppo frequente. Questo però non aiuta a comprendere perché certe cose continuino ad accadere. Probabilmente l’abusato non è stato aiutato a confrontarsi con il proprio vissuto, nei limiti di quanto sia possibile farlo e, alla fine, si è trasformato in abusatore. Ma la ricerca di un perché non può ovviamente limitarsi a questo aspetto. Permane infatti nei rapporti umani, e non solo quelli familiari, un malinteso senso di «possesso» che spinge a considerare i figli, i coniugi, i compagni, gli amanti, come estensione di sé e questo può indurre a comportamenti «patologici» che, in alcuni casi, possono portare agli abusi, alla violenza.

Il microcosmo della famiglia, abituale baluardo contro le prevaricazioni che la vita sociale «esterna» costringe spesso a subire, diventa in questi casi una prigione dalla quale sembra impossibile poter trovare una via di fuga. Ci si chiede spesso in questi casi: «Ma perché la vittima non denuncia subito? Ma è possibile che nessun altro componente della famiglia si sia accorto di quello che stava accadendo?». Nel primo caso scattano la vergogna e il malinteso senso di colpa che assalgono il bambino o l’adolescente vittima degli abusi. Nel secondo caso il peso della consapevolezza degli abusi familiari è così grave che si è portati a non vedere, non capire, non ammettere. Ma non affrontare la situazione aggrava ulteriormente la portata della sciagura con la quale, comunque, prima o poi, bisognerà confrontarsi.

Come in tutte le cose importanti della vita, nelle situazioni davvero «scabrose» si è soli a prendere decisioni che, in un modo o nell’altro, cambieranno radicalmente l’esistenza. Bisogna però avere il coraggio, perché di coraggio si tratta, di chiedere aiuto. Come ha fatto l’adolescente di Cassino. In queste vicende il lieto fine, purtroppo, non c’è mai, ma chiedere aiuto è l’unica strada possibile per poter uscire dall’ incubo e imparare a convivere con ferite che pure mai smetteranno di sanguinare. Ma altro non si può fare. Ed è per questo che gli abusi in famiglia costituiscono il più orribile dei reati.

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