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Il «quattordicesimo»
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Luciano De Crescenzo

Luciano De Crescenzo

di MICHELE MIRABELLA

Il mio amico Luciano de Crescenzo mi raccontò di un tale che, presentandosi, gli porse compitamente un biglietto da visita in cui, col nome e cognome, campeggiava dove, generalmente, figura la professione, la scritta «Quattordicesimo». Seguivano un paio di numeri di telefono e l’indirizzo. Indirizzo napoletano, naturalmente. Insomma il signor Gennaro Esposito (il nome è di fantasia. Neanche troppa) era o faceva il «Quattordicesimo». Data l’alta improbabilità che Gennaro fosse il quattordicesimo di una figliolanza esagerata perfino per i prolifici Partenopei e, comunque, non vi sarebbe stata ragione di vantarsene, addirittura su di una carta da visita e, ignota la gerarchia che annoverasse la titolarità numeraria, anche nei più misteriosi rituali di logge sconosciute, Luciano si incuriosì. Don Gennaro faceva il «Quattordicesimo» di mestiere. Onorata professione, a sentir lui, che consisteva in questo: chiunque, trovandosi a contare i convitati di un banchetto o di un simposio, si fosse trovato a constatare la cifra nefasta di tredici, invece di arruolare fantesche e vicini sospettosi e livorosi, avrebbe potuto ricorrere all’invitato professionista e ospitare lui, il «Quattordicesimo». In pochi, garantiti, minuti si diceva in grado di raggiungere il convito. Con modica spesa, a parte il pranzo o la cena.  Con lo sconosciuto si poteva anche sperare di rincuorare la conversazione. Ed ecco l’utile bigliettino da visita.

De Crescenzo e io abbiamo spesso ricordato Don Gennaro, questa minuscola gouache garbatamente caricaturale del sulfureo convito di Don Giovanni nel cui catalogo non sfigurerebbe a margine della sterminata rubrica di donne e donzelle, il «Quattordicesimo».

Mi torna in mente la figurina del volenteroso Napoletano, contemplando il lavorio che si è acceso intorno alla compilazione delle liste elettorali: i convitati di pietra lì, assiepati, inamovibili e gli invitati ammutoliti dalla mansione di fare le comparse.

Non voglio ricordare in quale tavolata di furbacchioni sia stata concepita la furbata di questa legge elettorale poi presentata al Parlamento e, ora vigente, per seminare di discordie e tranelli la vita della Repubblica, ma non possiamo non contemplare i guasti alla vita democratica e gli inaspettati severi orizzonti che produrrà alla governabilità del Paese. A me, seduto da solo in trattoria col giornale appoggiato al mezzo litro, viene voglia di chiamare Luciano per farmi dare il numero di telefono di Don Gennaro e chiedergli come va il lavoro. Ho la convinzione che non gliene mancherà. A lui come a tutti i «Quattordicesimi» d’Italia che saranno contesi dalle segreterie dei partiti. Ma ci pensate? Con centinaia di liste da preparare e affollare di nomi si scatenerà la caccia ai cugini di terzo grado, esauriti i fratelli di latte, i cognati e i compari d’anello. Interi condomini saranno battuti a tappeto in cerca di prestanome, anime morte, firmaioli e sfaccendati da aggiungere agli irriducibili militanti e ai complici. Costoro, quelli sicuri dell’elezione per via dei severi giochi di potere nei partiti o movimenti o comitive di varia denominazione, hanno, comunque bisogno delle comparse, dei figuranti. A sdebitarsi con loro c’è sempre tempo.

Mi domando cosa spinga i tappabuchi, a parte la irriducibile fede politica, e quelli li capisco sconsolatamente, a correre senza speranza: l’amicizia, l’interesse? Temo anche una sorta di cupio dissolvi in cui annega ogni ottimismo della volontà. Oppure la speranza che, se non oggi, in futuro, potranno evitare di cercare un lavoro. Non si sentono ridicoli? «Star lì, nella vigna a far da pali?». Pazienteranno, forse, fino alle prossime, assai probabilmente ravvicinate, elezioni che, se tenute con la stessa legge elettorale che pare il regolamento di una riffa di paese, consente, già da ora, di cominciare a prepararsi. Chi fa il «quattordicesimo» oggi, potrà salire di grado domani e attestarsi in quella zona grigia dove, se non piove, se hai fortuna e scoppia una pestilenza in campo avversario, puoi farcela. O farcela dopodomani: con la frequenza che avremo nelle consultazioni elettorali, tutto può essere. Se, poi, uno arriva, addirittura ad essere il «primo dei non eletti» è il massimo.

Basterà tirargliela a tutti gli altri prima e, poi, aspettare sulla riva di un fiume qualsiasi. Stante il tramonto sconsolato della ideologie, potrà passare chiunque. Certo, non per entrare nella Storia.

Gli Italiani, ultimamente, non sono propensi a passare alla Storia: la mansione di immortalarsi nelle erme marmoree, nei libri o nelle memorie patrie è faticosa. La corvée magnanima implica impegno, spirito di sacrificio, disinteressata dedizione.

Comunque, se proprio costretti, passano alla Storia con comodo, senza fretta. Il fatto è che gli Italiani preferiscono passare alla cassa. Intendiamoci, cassa e casse metaforiche: le anticamere del cursus honorum della Storia sono affollate. Prendi il Parlamento. Ve n’è di quelli che dopo decenni di permanenza sulle scranne, si ritengono avvitati ai banchi, alle sinecure, allo stipendio, alla pensione pingue e precoce. Passare alla cassa, per costoro, diventa una specie di diritto per nascita.

E i «quattordicesimi» non se ne vogliono andare. Per un partito reticente che si dichiara stufo dei pigionanti per pigrizia o per distrazione del mondo, altri ve ne sono che offrono ospitalità, posti in lista e, a volte, protezione dai rigori della legge. Pare, però, che la pacchia sia finita. Gli Italiani hanno capito, hanno fatto ammenda? Gli è che qualcosa si muove: ci sono nuove tendenze che sparigliano i giochi e pretendono di chiudere ai pregiudicati e agli habituée e aprire al nuovo, ai giovani. Non sempre i nuovi sono giovani e i giovani sono nuovi, ma, almeno, il tentativo va fatto. Facciano un giro i responsabili della politica, movimenti, partiti o come vi pare, lo facciano: potrebbero scoprire un Paese migliore. Se non vogliono passare alla Storia, passino almeno alla Geografia.

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