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Evviva la «benedetta follia»
di Verdone
in fuga dalla realtà

carlo verdone

Lui, lei, l’altra. Un classico. Ma se l’altra, molto più giovane, si fidanza con lei, allora «grande è la confusione sotto il cielo». La situazione sarebbe eccellente, a voler scomodare una celebre frase maoista in auge nel ‘68. Ovvero, è subito Benedetta follia. Il nuovo film di Carlo Verdone, alla sua regia numero 26, non prende le mosse dal cinquantennale della rivolta giovanile, bensì dalle nozze d’argento del protagonista e dalla crisi coniugale che scoppia giusto durante la festa. Ma Verdone lascia che il vento «lungo» della rivoluzione dei costumi scompigli pensieri parole e opere del suo personaggio, Guglielmo, titolare di un negozio di arredi sacri e paramenti ecclesiastici nel centro di Roma, a due passi dal Pantheon.

Pensate che per la cena dell’anniversario porta la moglie Lidia (Lucrezia Lante della Rovere) in un refettorio riservato ai prelati maggiori, dove uno di loro perde la protesi acustica nel piatto della signora. Quando è troppo, è troppo. Lidia confessa al marito di essersi innamorata della commessa della prestigiosa bottega. Apriti cielo! Anzi, chiuditi... su Guglielmo, sulla gioventù perduta di cui resta solo una motocicletta inutilizzata in garage, sulla solitudine che incombe e, tra l’altro, sulla necessità di una nuova lavorante al posto della lesbica che gli ha sottratto la moglie.

Così il Nostro conosce Luna, la classica «coatta», interpretata da Ilenia Pastorelli (bravissima), che si rivelò due anni fa grazie a Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, cui Verdone ha attinto anche per la sceneggiatura, firmata con Nicola Gaglianone e Menotti, co-autori di quel successo tutto romanesco. Carlo dimostra di sapersi rinnovare, attinge a tic e linguaggi «tribali» delle ultime generazioni, pur sempre innestandoli sulla personale, inesauribile vis comica nutrita di maschere da borgata come Jessica (la Claudia Gerini di «O famo strano» in Viaggi di nozze, 1995).
Grazie a Luna, il baciapile in crisi esistenziale comincia a utilizzare una «app» per cuori solitari. Ne scaturisce una mini-galleria di incontri esilaranti, dalla ipocondriaca che al primo appuntamento gli mostra le radiografie fino alla maniaca sessuale che al ristorante si trastulla col telefonino (citazione/eccitazione di Harry, ti presento Sally). Sempre in compagnia di Luna, il protagonista compie un viaggio lisergico al termine della notte, risolto in una bella sequenza coreografica che un po’ fa il verso agli irriverenti balletti di Madonna, evocando pure stralci di videoarte anni Settanta. In quella stessa notte Guglielmo, finito al pronto soccorso, conosce un’infermiera (Maria Pia Calzone), che a sua volta - si scoprirà - non è proprio estranea a Luna...

Non vorremmo rivelare altro, tanto meno le battute che scandiscono il film, il più divertente tra gli ultimi di Verdone. Prodotto dalla «Filmauro» di Aurelio e Luigi De Laurentiis, Benedetta follia, esprime - al dunque - una distanza dai costumi in voga o una forma di inadeguatezza rispetto al presente, che secondo il filosofo Henri Bergson è la fonte del comico. Lo straniamento dal ruolo del bottegaio clericale suscita altri disastri, almeno finché Gugliemo non si lascia andare al piacere «ribelle»: una gita al mare, un giro in moto, certi angoli di Roma... Voglia di avventura come nostalgia di normalità, una sorta di palingenesi «sessantottina» del sessantasettenne Verdone.

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