Domenica 24 Marzo 2019 | 06:01

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Baglioni a Sanremo fa un «68»

trio per Sanremo 2018

«Passerotto non andare via». Chi non ricorda lo slogan principe sulle barricate del ‘68? Scherziamo, naturalmente. Ma sorprende che Claudio Baglioni, Gran Ciambellano del prossimo Festival di Sanremo (6-10 febbraio), sia tornato a evocare la stagione della rivolta giovanile di cui mezzo mondo (quello del benessere) si appresta a celebrare il cinquantenario con la prevedibile pletora di retorica ed equivoci. Baglioni ne aveva già parlato a dicembre e ieri nella tradizionale conferenza stampa in Riviera ha confermato di voler puntare sul «potere all’immaginazione». Sebbene i filologi del Maggio parigino ricorderanno che si invocava piuttosto «l’imagination au pouvoir»...
Il direttore artistico, classe 1951, esordì diciassettenne giusto nel luglio del 1968 partecipando al concorso «Fuori la voce», presentato da Pippo Baudo. «Saremo portatori d’immaginazione - ha spiegato Baglioni -. Il festival ne ha bisogno. È l’edizione 68 e ci ispireremo a quell’anno che cambiò il mondo con la fantasia e lo stupore. Partiremo dal bianco e nero per colorarlo, sporcandoci le mani». Et voilà, ecco citato anche l’invito di Jean-Paul Sartre, che dei sessantottini fu il maître à penser, a «sporcarsi le mani con la politica».

«Formidabile quell’anno», ovvero «un’annata eccezionale, il 1968, perfino per i vini» - per dirla con un titolo e una battuta di Mario Capanna, che era tra i leader del movimento studentesco milanese. Quella generazione non ebbe certo Baglioni tra i suoi cantori né tra gli interlocutori. Anzi, per molti anni lui e Lucio Battisti saranno considerati l’uno estraneo e l’altro addirittura «nemico» dei contestatori, i quali tuttavia ne ascoltavano di nascosto i brani. A proposito di immaginazione e di potere o non potere, la voce di Claudio resterà legata per sempre nella memoria a «Quella sua maglietta fina / tanto stretta al punto che / mi immaginavo tutto...». Correvano i primi Settanta e i combattenti e già reduci del ‘68 leggevano «Re Nudo», mentre le ragazze delle feste del proletariato giovanile a Licola o a Parco Lambro preferivano non portarla, la maglietta (bei tempi; senza abusi sessuali - intendiamo).
Allora, quale Sanremo ci aspetta? Internazionalista come il ‘68? Non si direbbe, a giudicare dall’enfasi che Baglioni riserva al fascino tricolore, con molto verde (evergreen), della canzone italiana. Al massimo il Nostro si è concesso «una gita a Chiasso», per dirla con Arbasino, nella scelta della ticinese Michelle Hunziker, che sarà sul palco insieme a Pierfrancesco Favino, attore assai bravo e terrone di origini (genitori entrambi foggiani), che interpretò Peppino Di Vittorio in Tv. Lei un po’ vintage (fu a Sanremo 2007 accanto a Pippo Baudo) e un bel po’ Mediaset. Favino debuttante assoluto nella Città dei Fiori, subito in preda alla sindrome della dichiarazione impegnata: «Tratteremo il tema delle molestie, è tempo che gli uomini si occupino in prima persona, da mariti, genitori, compagni, di questa che non dovrebbe essere una lotta».

Ma il mattatore ovviamente sarà Baglioni e la storia del ‘68 fa venire il sospetto che possa rinverdirsi all’Ariston la voglia di amarcord sdoganata giusto da Fabio Fazio e Claudio Baglioni nel 1997 con il fortunato programma Anima mia. Prende corpo allora la nostalgia declinata nei termini del «politicamente corretto». Comincia la voga del revival, del vintage, ovvero della vendemmia nell’immaginario collettivo (questo o quel grappolo, pari sono), di un modernariato più o meno colto e con tanta voglia di pop. Il fenomeno-Fazio si basa su un rimpianto divertito/divertente che paradossalmente trova a sinistra i suoi aedi: «Ah, signora mia, si stava meglio quando si stava peggio». E via così, da Walter Veltroni a Michele Serra, che è stato tra gli autori degli show di Fazio, incluso Sanremo 2014 quando il relativo insuccesso di ascolti aprì la strada al triennio di Carlo Conti.
Comunque su Twitter da ieri ha preso piede l’hashtag #Sanremo68, e non è certo l’edizione a essere citata, considerando le ironie e le parodie che fanno capolino. C’è solo da sperare che la prossimità del Festival con la scadenza elettorale del 4 marzo non incendi gli animi con le solite polemiche & nevrosi sul comico di turno, chessò Crozza, atteso sul palcoscenico.
Per dirla con Che Guevara, «siamo realisti, esigiamo l’impossibile»... Due-tre canzoni, o almeno una, dài, che ci faccia sognare e ricordare il 2018.

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