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Il fantasioso catalogo
delle promesse elettorali

tris

La giornata di ieri ha chiarito - nei limiti di una campagna elettorale all’italiana - la situazione politica. I fuochi dell’ellisse erano posizionati ad Arcore, dove si è svolto il vertice del centrodestra, e a Roma dove invece si è tenuta la prima assemblea di Leu, i Liberi e uguali nati per partenogenesi dal Pd. Concentriamoci su questi, lasciando per un attimo sullo sfondo gli altri attori: il Pd e i 5Stelle.
Ad Arcore l’incontro fra il padrone di casa Berlusconi con Salvini e la Meloni si apriva in un clima non proprio disteso. Da qualche ora circolavano due simboli, quello di Forza Italia e quello della Lega, arricchiti l’uno dalla scritta «Presidente Berlusconi» e l’altro da «Salvini premier». I due loghi fotografavano la rivalità profonda che permane nel centrodestra, tenuta a freno per evidenti ragioni elettoralistiche.

Riuscirà a reggere fino al 4 marzo una coalizione che parte già con una divisione sulla premiership così marcata? E quanto il risultato elettorale, per esempio in caso di schiacciante affermazione della Lega, inciderà sul futuro della «squadra»?
Su un punto sembra che vi sia un accordo più stabile: l’abolizione della riforma previdenziale, la cosiddetta «legge Fornero». La qual cosa, se sarà davvero realizzata e senza prendere adeguate misure alternative, rischia di far saltare i conti pubblici. I numeri del nostro sistema pensionistico sono impietosi. Già non è stato possibile evitare un «semplice» adeguamento dell’età della quiescenza alla maggiore aspettativa di vita. Immaginarsi se risulterà fattibile cancellare l’intero sistema costruito dal governo Monti per salvare l’Italia dal default.

Ma ieri - a conferma di quanto scriveva il direttore De Tomaso su queste colonne - circolava più di una proposta indifferente ai vincoli dell’economia. Pietro Grasso, il candidato premier indicato dal neonato Leu, dopo aver censurato la proposta renziana di voler abolire il canone Rai, ha affermato con convinzione che dalla sua formazione sarebbero arrivate solo «proposte concrete a differenza delle irrealizzabili favole degli altri partiti». Bravo. Sano proposito in tempi di comunicazione a tutto spiano e di promesse à gogo. Solo che subito dopo, l’ancòra presidente del Senato si è avventurato in un annuncio carico di attrattiva, ma che desta qualche perplessità circa la concreta attuazione: l’abolizione delle tasse universitarie. E ha spiegato anche come fare: «I figli dei ricchi che vanno nelle università private devono pagare le università anche per i figli dei poveri e ho detto che si carica non sulla fiscalità generale, ma sottraendo un decimo di quello che il ministero dell’Ambiente paga per tutte i sussidi a quelle aziende che inquinano il nostro Paese».

Detta così l’idea, ancorché con un suo fascino potente, sembra confusa. Primo perché un candidato premier parla di «ricchi» con la stessa consapevolezza di un avventore del bar. Quando si è ricchi? Come si certifica la ricchezza? L’attuale sistema si fonda sul cosiddetto Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) ma basta evadere un po’ per rientrare nei suoi parametri e risultare un poveraccio. Al contrario, è sufficiente un inevadibile reddito da lavoro dipendente da 70mila euro lordi l’anno per risultare fuori Isee e dunque «ricchi».
L’altro cespite dichiarato da Grasso dovrebbe provenire dai «sussidi a tutte quelle aziende che inquinano»: quali sono? Se inquinano non sono già oggi fuori legge? Magari la seconda carica dello Stato, nonché ex alto magistrato, ha il dovere di denunciarle alle autorità, senza aspettare campagne e programmi elettorali.
Però resta il fascino dell’università per i poveri pagata dai ricchi, che sa tanto di sinistra, un po’ retro, ma di sinistra. Proprio quella di cui ha lamentato la scomparsa la presidente Boldrini, anche lei all’assemblea di Leu. Ma siamo sicuri che sinistra oggi voglia dire proprio questo?
Nel frattempo prepariamoci a reggere l’urto di altre fantastiche e fantasiose promesse elettorali. Già oggi potrebbe esserci la replica di Pd e 5Stelle. Dopo il taglio del canone Rai, le pensioni minime a 1.000 euro, il reddito di cittadinanza, l’eliminazione del bollo auto, la cancellazione della legge Fornero, l’Università senza tasse, chissà che altro ci sarà prospettato fino al 4 marzo. Ci sono quasi due mesi: c’è tempo per sognare. Ma forse scarseggia il tempo per scrivere un programma serio di governo.

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