Martedì 19 Marzo 2019 | 16:46

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Un calcio al razzismo
senza contraddizioni

razzismo nel calcio

Lo sport vive di contraddizioni. Non c'è da meravigliarsi, perché si tratta delle stesse contraddizioni presenti nella nostra società. Prendiamo il calcio. Non riesce a liberarsi dal razzismo. Da Cagliari lo juventino Blaise Matuidi torna amareggiato per gli insulti razzisti ricevuti durante la partita e la società sarda chiede ufficialmente scusa al centrocampista franco-angolano con un tweet.
Francesca Mennea, consigliere comunale di Napoli per 4 ore è rimasta «ostaggio» in un treno zeppo di sostenitori del Verona in viaggio per assistere alla partita con la capolista. Lei insultata, offesa, terrorizzata: «Inneggiavano alla mia morte in quanto meridionale, dicevano che puzzavo, che ero mongoloide in quanto africana, che ero una putt... poiché tutte le mamme meridionali lo sono».
Insomma il calcio è diventato un megafono dei problemi dei nostri giorni. Anzi, li amplifica, in qualche caso li anticipa. Dimostra quello che è sotto gli occhi di tutti. 

Purtroppo, i virus del razzismo e della xenofobia sono ben radicati. Al di là dei polveroni (ricordate i recenti insulti dei tifosi laziali? O la foto di Anna Frank con la maglia della Roma?), dei gesti riparatori, delle prese di distanza, il partito del «buu» (il verso della scimmia), è più vivo che mai.
L'equazione razzismo uguale ignoranza, in teoria la condividiamo tutti. A parole. Eppure le punizioni (leggi squalifiche e chiusure delle curve) ci sono. Ma da sole non bastano. La paura del diverso e della non conoscenza si superano soprattutto con la prevenzione. La guerra da combattere è culturale. E non può essere diversamente. Un lavoro lungo, costante, meticoloso, difficile. A cominciare dalle scuole, l'anello forte della catena della prevenzione. In caso contrario, dare un calcio al razzismo, sarà impossibile. I progetti di integrazione ci sono. Come quelli multiculturali. Non è un caso se l'Italia sia spesso conosciuta e riconosciuta come il Paese dell'accoglienza.

Ma le contraddizioni sono sempre in agguato. Da un lato lo sport unisce (pensiamo alla distensione tra le due Coree in occasione delle Olimpiadi invernali), dall'altro ferisce, come sabato scorso. Due volti della stessa medaglia. Il calcio, con la sua multiculturalità, va visto come un'opportunità, uno strumento educativo per la sua capacità di penetrazione nella società. I modelli positivi di riferimento, proprio grazie alla popolarità dei personaggi del pallone, sono in grado di contagiare una comunità intera. In positivo.
Le iniziative di inclusione possono essere prese anche dalle singole società, ad esempio, senza aspettare che siano calate dall'alto, dagli organismi federali o internazionali. E possono riguardare anche i derby, dove le rivalità più accese, insanabili, profonde ed eterne, sfociano nella esaltazione di pregiudizi e luoghi comuni offensivi. Servono gesti concreti che coinvolgano tutti. Altrimenti, nessuno sarà in grado di dare un calcio definitivo al razzismo.

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