Giovedì 21 Marzo 2019 | 03:09

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Imparate dal Sud
come si è «di più»

Lino Patruno

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Tutti segni più. Beh, non è che dobbiamo per forza cominciare ogni anno pessimisti come un tacchino sotto santo Stefano. Quindi diciamocelo senza coda fra le gambe che nel 2017 il Sud non ha avuto alcun segno meno. Unico quello dei giovani che vanno via, ma vanno via non solo dal Sud. Per il resto si può stappare. Anche se per il Sud vale il detto che è sempre tutto relativo, come raccontava il grande Einstein: prenda un ultracentenario che rompe uno specchio, sarà ben lieto di sapere che avrà ancòra sette anni di disgrazie.

Segno più per il Pil, il reddito prodotto: l’1,1 per cento. Pil che nel 2016 era stato il più alto d’Italia, grazie soprattutto a turismo e agricoltura. Segno positivo anche per gli occupati, 6 milioni 234 mila, anche se bisogna ancòra recuperarne 300 mila su quelli persi durante la Grande Crisi.

E anche se, quando si dice occupati, bisogna capire se è per tre mesi e via o (l’ormai introvabile) posto fisso alla Checco Zalone. Segno più per le imprese di capitali, quelle capaci di reggersi sui propri mezzi e non solo sul debito con le banche. Segno più per le imprese con un numero di addetti fra 10 e 49, significando ciò che chi ha un po’ di soldini ce li mette dentro invece di portarli alle Cayman o di comprarsi un altro appartamento. Ancòra più incoraggiante in un contesto in cui trovare aziende con più di cinque addetti è più difficile che il Benevento vinca lo scudetto di calcio.

Aumenta la cosiddetta autoimprenditorialità, cioè soprattutto giovani che si fanno imprenditori di se stessi. Intrapren-ditori. Col maggior numero di nuove imprese giovanili al Sud. A cominciare da quella agricoltura finora nascosta come una vergogna e ora vanto e non solo per chi produce nobiltà come vino e olio. Col maggior numero di donne alla loro guida. A cominciare da Puglia e Basilicata, dove non ci sono solo i caporali che ammazzano gli schiavi sotto il sole. Ma ci sono i robot e il gel antisiccità, i droni e i sensori, gli ultrasuoni e i computer per una maggiore produttività. Essendo lontani i tempi in cui i figli dei contadini volevano fare al massimo gli agronomi. E in cui, per denigrare qualcuno, gli si diceva che le sue braccia erano appunto sottratte all’agricoltura, non potendo essi fare altro.

Aumenta al Sud l’esportazione, e non solo con giganti come la MerMec di Monopoli con i suoi aerei, i suoi satelliti e i suoi treni per la sicurezza delle ferrovie di tutto il mondo. E che dire del panettone di Acerenza, il migliore d’Italia e da prenotare manco fosse una cravatta di Marinella? Aumenta il turismo, col boom di Napoli sempre affollata come una newyorkese Times Square. Col boom della Puglia che attira come polline per le api. E con la Sicilia dove ogni angolo è bellezza e mito. E, udite udite, con un livello di qualità degli alberghi a 4 e 5 stelle del Sud superiore a quello del Nord. Inaspettato come il solleone a gennaio.
Non fa male almeno alle feste comandate parlare di Sud non solo come divario col Centro Nord. Un Sud finora raccontato solo per luoghi comuni. E dove infami tifosi bergamaschi che scendono a Napoli per la partita di Coppa Italia espongono bandiere con la faccia di Cesare Lombroso, lo psichiatra imbecille secondo il quale i meridionali sono tutti delinquenti nati. Mentre si attendono i dati del credito d’imposta per chi investe al Sud. E quelli del bonus per chi ne assume i giovani. Mentre il programma governativo <Resto al Sud> è beneaugurante a cominciare dal titolo per chi decidesse di sfidare se stesso non andando via. E mentre 1500 ettari di terre incolte sono pronte per i ragazzi che volessero occuparsene, sempre che la burocrazia non scoraggi anche i santi.

E però dire che stiamo tutti bene sarebbe già la <fake news>, non-verità, del 2018. Perché il segno meno del Sud che resta più inossidabile di un tubo dell’Ilva è quello, appunto, del divario col Centro Nord. Che invece non cala in un ingiusto Paese in cui non è la stessa cosa nascere da una parte o dall’altra. Benché la Costituzione predichi il contrario. Paese ingiusto e anticostituzionale, da farci un immediato ricorso alla Suprema Corte. E ingiusto Paese in cui non è sufficiente che l’anno scorso al Sud siano aumentati gli investimenti privati. Essendo crollata la spesa pubblica per investimenti. A cominciare da quella per le infrastrutture. E investimenti dello Stato senza i quali, esempio, non ci sono ancòra le ferrovie dello Stato a Matera.
Eppure, nonostante tutto, il Sud si muove. Non tanto da renderlo così conveniente da convincere i suoi giovani a restarci. Ma tanto da poter insegnare al resto d’Italia come si possa fare il più col meno.
Lino Patruno

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