Domenica 24 Marzo 2019 | 05:38

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La necessità del buonsenso
nella vicenda del gasdotto

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Attorno alla vicenda del gasdotto nel Salento continuano ad aggrovigliarsi equivoci e strategie inadatte. A riaccendere i riflettori, per la verità mai spenti del tutto, ci ha pensato un emendamento presentato sabato sera in Commissione bilancio della Camera. In quella sede si stanno esaminando i contenuti della manovra che, già approvati dal Senato, dovranno ora passare al vaglio di Montecitorio.
Alla Camera il governo chiederà la fiducia, ciò significa che sul testo licenziato in Commissione non ci sarà alcuna possibilità d’intervento da parte dell’Aula. Tutti i giochi e le pressioni si concentrano dunque sulla Commissione che, per rispettare i tempi, sta facendo gli straordinari.

L’emendamento presentato dal governo chiedeva l’inserimento nella legge di bilancio di un articolo che dichiarasse il cantiere del gasdotto «opera di interesse strategico nazionale». Così come è stato fatto per un altro discusso e contestato cantiere: quello della Tav in val di Susa. Si dirà: ma il gasdotto non è stato già dichiarato opera d’interesse strategico nazionale? Certo, e proprio questo suo status giuridico ha consentito di superare l’opposizione dei Comuni salentini e della stessa Regione Puglia.
In questo caso lo speciale regime, che prevede anche una militarizzazione dell’area con conseguente inasprimento delle sanzioni in caso di violazioni, riguarda però il cantiere in quanto tale e non l’opera in sé.

Per uno di quegli scherzi del destino, in Commissione bilancio con il ruolo di presidente e vice presidente, siedono due pugliesi: Francesco Boccia del Pd e Rocco Palese di Forza Italia. Quest’ultimo salentino doc in quanto nato ad Acquarica del Capo. Dopo una notte e una mattina di fiato sospeso, Boccia e Palese hanno dichiarato l’emendamento inammissibile, ritenendolo cioè inconferente con una legge di bilancio.
Una bolla di sapone, dunque? Può darsi, però non si può fare a meno di notare l’incertezza nella gestione della vicenda gasdotto. L’emendamento presentato dal governo, il cui azionista di maggioranza è il Pd, è stato bocciato da un presidente targato Pd. Onore al merito a Boccia, che ha saputo distinguere il suo ruolo istituzionale dalla sua appartenenza partitica. Non è accettabile che provvedimenti così importanti siano proposti in maniera quasi clandestina, approfittando della concitazione nei lavori della Commissione. Il governo non ha fatto una bella figura, offrendosi alle critiche di chi il gasdotto non lo vuole e talvolta anche per motivazioni poco trasparenti. Lo dimostrano alcuni episodi, come le scritte contro il Pd e la viceministro Bellanova, in cui la protesta legittima, pacifica e civile è chiaramente degenerata.

Al netto delle posizioni di chi sul gasdotto è pregiudizievolmente contrario, ciò che è mancato da parte del governo è stata un’opera di chiarimento circa i reali danni e pericoli connessi al Tap. La gente del Salento ha ragione a essere diffidente. Troppe volte in Puglia abbiamo preso fregature. Dall’Italsider di Taranto alla centrale di Cerano, a tutti gli altri impianti ad alto impatto ambientale. Ora, è giusto avere paura dei possibili effetti nocivi di queste opere, però è proprio la paura che da sempre costringe l’uomo a essere prudente, a escogitare ogni possibile misura di sicurezza, a valutare tutti i rischi.
La strategia efficace non è quella che dice no, ma quella che sa dire «sì, ma a patto che...». Sul gasdotto bisogna pretendere la massima vigilanza e la massima sicurezza possibili prima, durante e dopo la sua realizzazione, mettendo in campo forme di controllo «popolare» oltre che pubblico. Di pari passo devono esserci forme di ristoro economiche per le popolazioni interessate e che siano proporzionate con l’importanza dell’opera e i disagi arrecati. Ma il no secco al gasdotto è uno schiaffo alla civiltà. Se tutti reagissero così - gli americani l’hanno ribattezzata la sindrome Nimby (dall’acronimo not in my back yard, non nel mio giardino) - con ogni probabilità saremmo ancora all’età della pietra.

Nel centro di Vienna c’è un inceneritore - lo Spittelau - che nel corso degli anni è stato adeguato e rifatto più volte e oggi, oltre a fornire il riscaldamento a un terzo della città, è anche un’attrazione turistica, poiché è una delle principali opere dell’architetto Friedensreich Hundertwasser. In Italia, e in Puglia in particolare, la parola inceneritore non si può neppure pronunciare, è un tabù, tanto da essere sostituita con altri fantasiosi termini: termovalorizzatore, impianto di ossicombustione, termodistruttore e via di seguito.
Ma il problema non è l’impianto, è la vigilanza sulla sua corretta realizzazione e gestione. Se qualcuno avesse controllato davvero sull’Ilva e avesse impedito che la città di Taranto si espandesse proprio in direzione del siderurgico, forse oggi non ci sarebbero i «wind day» né questo aut aut assurdo fra lavoro e ambiente, fra salute e futuro.

Una delle qualità della politica dovrebbe risiedere proprio nella capacità di conciliare interesse pubblico con sicurezza dei cittadini. Un bilanciamento costante, fatto di mediazioni, spiegazioni, ascolto, decisioni. Tutto quello che nella vicenda Tap è mancato all’inizio, quando si è partiti subito con un braccio di ferro - ideologico e psicologico - che ha compromesso ogni possibile dialogo. Ora che grazie al buonsenso e alla integrità dei pugliesi in Commissione è stato sventato un inasprimento della situazione, si possono mettere da parte i muri e gli estremismi e ricercare il bene comune, unico emendamento ammissibile anche in una legge di bilancio.

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