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Grandi maestri salentini
nel pantheon del giornale

Grandi maestri salentini nel pantheon della Gazzetta

di Giuseppe De Tomaso

Una e trina. Tuttora la Puglia viene considerata una regione plurale, sulla scia della suddivisione - Daunia, Peucezia e Messapia - tramandataci dagli antichi storici greci e romani. Oggi la demarcazione richiama perlopiù il Sud (cioè il Salento) e il Centro- Nord (Bari e la Capitanata) del Tacco d’Italia. Ma già un grande intellettuale salentino, assurto alla direzione de La Gazzetta del Mezzogiorno, era riuscito a dare un imprinting unitario al sentimento dei pugliesi. Si chiamava Luigi de Secly (1897-1970) ed ha lasciato una traccia indelebile non solo sulle colonne del nostro giornale. Antifascista di orientamento crociano, de Secly guidò la Gazzetta dal 1943 al 1960. I primi anni della sua direzione coincisero con la fase più drammatica della storia nazionale. Uomo di straordinaria cultura, de Secly non ebbe tentennamenti nella collocazione politica del quotidiano: dalla parte della libertà e della democrazia, contro tutti i totalitarismi. Nel gennaio 1944, in piena guerra civile, la Gazzetta fu l’unico giornale italiano ad ospitare, con gli articoli del futuro direttore Oronzo Valentini (1922-2008), i resoconti sul congresso nazionale dei partiti antifascisti. Ancora oggi gli storici di quell’evento eccezionale fanno riferimento alle cronache pubblicate sulla Gazzetta targata de Secly.

Primo direttore non barese della Gazzetta, de Secly non impiegò molto tempo per farsi apprezzare dai lettori del capoluogo pugliese. Benedetto Croce (1866-1952) e casa Laterza erano i suoi punti di partenza e di approdo. E poi. Le sue letture erano lontane anni luce dal rivendicazionismo piagnone che al Sud aveva fatto e farà più danni di cento campagne mediatiche di denigrazione. Liberale puro, di pelle non di tessera, l’europeista de Secly ha operato da cerniera morale e culturale in una terra ancora segnata dalla sub-cultura dei campanili. Un’eredità, la sua, raccolta dai successori al timone di questo giornale, e riproposta ai lettori di tutti gli angoli di Puglia e Basilicata. 

Ma de Secly non ha insegnato solo l’amore per la propria terra e per la propria nazione. Ha indicato un’altra missione per chi ha scelto il mestiere di informare: quella di studiare, studiare a più non posso per formare la cittadinanza e pungolare la rappresentanza. Un giornale non può ridursi a bollettino di notizie, a raffi ca di flash più o meno abbaglianti, a rosario di luoghi comuni per compiacere notabili e benpensanti. No. Un giornale deve possedere un’anima, deve dare scandalo quando ve ne siano i presupposti, deve dare lezioni di educazione civica, raccontando ciò che vede e spiegando perché è accaduto. Non è semplice. Ma è l’unico vero obiettivo di chi intende svolgere al meglio il compito dello spettatore-narratore-chiarificatore.

Oggi imperversano le «false notizie». Meglio: s’acuisce lo scontro sulle bufale spacciate per verità. Bisognerebbe suggerire, o forse imporre, a molti professionisti del verosimile, di leggere e rileggere il Diario di de Secly scritt o durante la Seconda Guerra mondiale. Che padronanza dei fatti, che conoscenza di uomini e cose, che capacità d’analisi su situazioni spesso lontane fra loro, che spessore morale nel giudicare protagonisti e comprimari, che distacco e insieme partecipazione nel racconto complessivo. Insomma, una prova superlativa di giornalismo di qualità. Giornalismo di qualità, appunto.

De Secly non aveva bisogno di maestri ad hoc: la stampa - lui ne era consapevole - ha ragion d’essere solo se sposa la causa del giornalismo di qualità. In caso contrario, meglio tirare i remi in barca e sperare nell’aiuto del buon Dio. Oggi più di ieri il giornalismo di qualità rappresenta l’ultima scialuppa per un settore colpito dal vento della crisi, la cui genesi va ricondotta a Internet. Se la Rete forse una persona in carne ed ossa avrebbe accumulato più avvisi di garanzia di quelli ricevuti dal tesoriere dc Severino Citaristi (1921-2006) negli anni di Mani Pulite. La Rete ruba di tutto ai giornali: notizie, approfondimenti, pubblicità e lettori. Ma non paga dazio per queste appropriazioni indebite. Anzi. Tutti a glorificare le sorti magnifiche e progressive del Web, l’invenzione che, secondo i suoi cantori più fanatici, avrebbe già liberato l’uomo dalle catene dell’ignoranza. I risultati, invece, descrivono un’altra storia. Tutti scrivono e nessuno approfondisce. Tutti litigano e nessuno riflett e. Tutti pontificano e nessuno studia. Un disastro. Un’ignoranza pluralistica che dilaga a macchia d’olio. I giornali hanno il compito di rimediare a questa deriva sempre più oscurantistica. Più si attivano, più credono in questo progetto, più avranno modo di liberarsi dalla morsa della crisi.

Il Salento è terra d’arte e di bellezza. È terra di cultura e di tradizione. È terra d’accoglienza e di intelligenze. Intelligenze, per fare solo un nome (chiedendo venia per tutti gli altri non menzionati) come quella di Antonio De Viti De Marco (1858-1943), padre delle Scienze delle Finanze in Italia, uno tra i pochissimi docenti universitari a non giurare fedeltà al regime fascista in un periodo in cui l’autocrazia mussoliniana annoverava più tifosi della strepitosa Nazionale di calcio di Vittorio Pozzo (1886-1968), vincitrice di due Mondiali consecutivi. De Viti De Marco si dimise pure dall’Accademia dei Lincei e rifiutò la proposta di Benito Mussolini (1883-1945) di nominarlo senatore. «Un faro nella notte», così Tommaso Fiore (1884-1973) definirà il luminoso pensatore leccese.

I salentini De Viti De Marco e de Secly fanno parte del Pantheon della Gazzetta. La loro lezione non si ricava solo dai titoli delle vecchie collezioni del giornale. Ma rivive ogni giorno nell’impegno che viene profuso per il giornalismo di qualità. A volte ci riusciamo. A volte no. Ma lo sforzo per riuscirvi rappresenta un imperativo categorico. Pena la resa alla tirannia del Web, che due spiriti liberi e liberali come de Secly e De Viti De Marco non avrebbero mai accettato.

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