Martedì 26 Marzo 2019 | 01:12

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Per il Sud l'incubo
di un paesaggio
da binario morto

emigrazione interna

Una fonte immeritata di ansia, una diminuzione dei diritti, una vita sempre in bilico ed un futuro che allontana sempre di più i giovani dai loro luoghi. Il rapporto Svimez presentato ieri a Roma, tra luci ed ombre, consegna al "meridione" una certezza: il depauperamento del capitale umano. Nel 2016 il sud ha perso altri 62 mila abitanti (la Puglia 6.900), mentre il pendolarismo con le aree del centro nord, essenzialmente per il lavoro, ha interessato 154 mila persone, una città intera grande quanto Foggia. Ma quel che è peggio - e che sembra non provochi alcun sussulto nella classe dirigente meridionale - è che negli ultimi quindici anni il mezzogiorno ha formato ed esportato 200 mila laureati, il che significa aver perso un imponente capitale umano ed un altrettanto capitale economico, perché l'investimento nella formazione fatto dalle famiglie meridionali è costato 30 miliardi di euro, due punti del prodotto interno lordo nazionale, speso dai meridionali e capitalizzato al Nord.
Un quadro a tinte fosche che fa emergere altre verità rispetto ai luoghi comuni che accompagnano il meridione: non siamo inondati di risorse economiche e di dipendenti pubblici (sono calati di quasi 4 mila unità in più rispetto al nord). Gli investimenti dello Stato nel 2016 sono stati i più bassi della storia (0,8% del pil) e non c'è alcuna "Cassa per il Mezzogiorno" a coprire le falle della disattenzione continua, visto che è storicamente riconosciuto che la Casmez ha svolto funzioni suppletive perché mancava l'investimento ordinario, dirottato nelle aree forti del Paese.

Eppure qualche frammento di ripresa c'è: il Pil nel 2016 è cresciuto dell'1% più che nel centro nord (ma la Puglia si ferma ad un 0,7% contro il brillante 2,1% della Basilicata, seconda regione dietro la Campania con il 2,4%), sono aumentati i consumi delle famiglie meridionali, c'è una vitalità nell'industria (più 3%) come in quella del turismo, anche se il dato riguardante il comparto turistico è drogato dalle crisi geopolitiche dell'area del Mediterraneo e dal terrorismo che hanno consentito al sud di recuperare attenzione e presenze. Tuttavia questi elementi positivi, al pari di un generale arretramento del settore agricolo (previsto dopo il boom dell'anno precedente), non hanno provocato il punto di rottura sul fronte occupazionale. Il recupero di oltre 100 mila posti di lavoro è poca cosa rispetto ai numeri della recessione che hanno provocato 400 mila senza lavoro. Ma, altro elemento su cui riflettere, la crescita degli occupati è a basso reddito e per di più ribadisce lo scontro generazionale, visto che al lavoro ci sono tornati gli ultracinquantenni ma non i giovani che per questo motivo non hanno altra scelta che partire.
E' un sud, dunque, che fa i conti con una scomposizione delle priorità che di fatto accentuano le disparità tra sud e centro nord ma anche all'interno dello stesso mezzogiorno, diffondendo un diffuso sentimento di precarietà. Una galleria di umiliati e offesi anche da un contesto sociale che fa rabbrividire visto che l'aumento della povertà assoluta arriva al 10% e che l'unica chance è il ritorno all'emigrazione. Anche perché il lavoro, al sud, non ha più un luogo. E' in transito, come i capitali. Si parte dunque. Anzi, si riparte come non mai. Non più con la valigia di cartone ma con l'iPhone. Sperando che le nostre stazioni non si tramutino in un paesaggio da binario morto.

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