Martedì 26 Marzo 2019 | 10:55

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Non diciamo più
che la politica
è tutta "populismo"

Beppe Grillo

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di Giovanni Valentini

Non potrebbe avere una radice etimologica più nobile il termine più spregiativo e inflazionato del nostro tempo. “Populismo” deriva chiaramente dal sostantivo “popolo” e quel suffisso denota un’alterazione, se non proprio una degenerazione: come tutti gli “ismi” che pure, nell’arte dell’Ottocento e del Novecento, hanno prodotto i movimenti più innovativi e rivoluzionari, dall’impressionismo al surrealismo. E nella storia politica, hanno partorito - nel bene o nel male – le ideologie del socialismo e del comunismo. Da qui, scaturiscono anche due opposti di gramsciana memoria come “l’ottimismo della volontà” e il “pessimismo della ragione”.

Ma oggi si dice “populismo” per dire genericamente demagogia, semplificazione, impreparazione, superficialità: ovvero, tendenza a compiacere gli istinti e a blandire le pulsioni del popolo. Quel popolo a cui, come sancisce testualmente l’articolo 1 della Costituzione, “appartiene la sovranità”. Quello stesso “popolo italiano” in nome del quale si amministra la giustizia nelle aule di tribunale, si mandano assolti o si condannano gli imputati.

Numeri alla mano, dunque, sarebbero “populisti” ormai i quattro quinti del Parlamento in carica. Era ed è “populista” Silvio Berlusconi, fin dalla sua fatidica “discesa in campo”, quando vinse le elezioni con un “partito pubblicitario”. E il sottoscritto, insieme a tanti altri, l’avrà definito così centinaia di volte contestando in particolare il suo strapotere mediatico nel sistema dell’informazione, attraverso cui ha forgiato nel tempo una mentalità collettiva nazional-popolare.

Era “populista” Umberto Bossi agli albori della Lega Nord e naturalmente lo è Matteo Salvini, leader del partito maggiore nelle regioni più progredite del Paese. Ancor più lo è Beppe Grillo, con la sua assortita compagnia di grillini e i suoi otto milioni e mezzo di voti alle ultime politiche.

Adesso, dopo la mozione del Pd contro la conferma del governatore di Bankitalia, per diversi osservatori politici è diventato “populista” anche Matteo Renzi, il segretario di quello che è tuttora il primo partito italiano e il maggior partito del gruppo socialista europeo, accusato di inseguire i voti dei cittadini ed elettori infuriati per le disfunzioni del sistema bancario. Come se non fosse una questione di cui invece tutta la politica avrebbe il dovere occuparsi, per evitare che la crisi di alcuni istituti possa produrre una pericolosa reazione a catena. “C’è una rete di complicità fatta di impieghi e consulenze tra dirigenti Bankitalia e istituti controllati”, ha appena dichiarato in proposito Pierferdinando Casini, neo-presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche.

Che cos’è, dunque, questo benedetto “populismo”? Quali valori o disvalori rappresenta? Non sarà forse il caso di chiarirsi meglio le idee e magari di rivedere o aggiornare il nostro lessico? Non vogliamo decretare una moratoria per sospendere - almeno temporaneamente - l’uso di questo lemma nel linguaggio autoreferenziale della politica e del giornalismo?
C’è un che di elitario e di aristocratico, intellettualmente parlando, nell’abuso del termine. Soprattutto da parte di una scuola politica giornalistica che, avendo contribuito storicamente alla modernizzazione del Paese, una volta veniva definita radical-chic e ormai appartiene a un gruppo di potere economico e finanziario. E più in generale, da parte di quella “sinistra antipatica” - come la definisce il sociologo Luca Ricolfi - che ha il complesso dei migliori e soffre di un’inclinazione pedagogica.

Già qualche anno fa, in un libro intitolato “Globalizzazione contro democrazia” per la casa editrice Laterza, il presidente emerito della Corte costituzionale Antonio Baldassarre aveva scritto: “Di fronte al crescente distacco fra le élites politiche e la base sociale, i mezzi di comunicazione di massa e, con essi i giornalisti, hanno smarrito il senso del loro ruolo sociale e si sono trasformati da sacerdoti della verità a sciamani della politica”. Più che un presagio, era un avvertimento.

Ecco, non potrebbe essere proprio questo “crescente distacco” fra la cosiddetta Casta e il popolo a favorire ora l’ondata di “populismo”? Ad alimentare cioè l’incomprensione e l’incomunicabilità tra governanti e governati, fino al punto di provocare una crisi di rappresentanza. E quindi a offrire un alibi di comodo per rimuovere ed eludere le istanze popolari, per quanto confuse, impraticabili o contraddittorie possano apparire, liquidandole sotto un’etichetta convenzionale.
I cronisti politici più attempati ricordano ancora che si chiamava “Il Popolo” il quotidiano ufficiale della vituperata Democrazia cristiana, fondato da Giuseppe Donati nel 1923 all’insegna dell’antifascismo, vicino all’esperienza politica di Don Sturzo e chiuso ottant’anni dopo. Oggi, verosimilmente, nessuno avrebbe più il coraggio o l’impudenza di denominare così un giornale.

Il popolo non va più di moda. Ma tanto vale allora non parlare più neppure di populismo, per sforzarsi piuttosto d’interpretarne le aspettative e le ragioni.

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