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di Nico Perrone

Far cadere un presidente, negli Stati Uniti non è impossibile: i precedenti non mancano. Fra i presidenti degli Stati Uniti, c’erano stati i casi dei presidenti Andrew Johnson (1808-1875), repubblicano, che nel 1868-69, sottoposto alla procedura di impeachment venne assolto. Quello di Richard Nixon (1913-1994), repubblicano, che fu costretto a dimettersi (1974) per evitare lo impeachment che appariva molto probabile. E infine quello di Bill Clinton, democratico, che fu sottoposto a quella stessa procedura nel 1998, ma venne assolto.

Azzoppare seriamente un presidente è però possibile, e perfino facile quando si sono accumulate alcune leggerezze gravi. Con Donald Trump si è intrapresa quest’ultima strada: per adesso si assaggia il campo, e poi si vedrà cosa converrà. Le accuse più gravi per ora colpiscono lo staff, ma non lasciano indenne il presidente, il quale reagisce affermando che si tratta di cose vecchie. Certo, ha ragione. Ma non sa replicare su un punto: sono, oppur no fondate?

Tutto questo fa parte del gioco politico americano, e non è in sé decisivo. Ma quando poi il presidente non è espressione dell’establishment, l’impegno a toglierlo di mezzo diventa maggiore. Questo è proprio il caso del presidente attualmente in carica.

Gli addebiti avanzati finora traggono origine dalla campagna elettorale del presidente, quando circolò il sospetto che Trump fosse stato segretamente sostenuto dalla Russia. Non si trovarono delle prove veramente convincenti, ma i sospetti ci furono, rimasero e furono alimentati da chi non voleva Trump al vertice degli Stati Uniti. Il presidente aveva vinto le elezioni in virtù della legge elettorale, pur non avendo ricevuto più voti della sua antagonista, Hillary Clinton. Trump non veniva però dalla militanza in uno dei due schieramenti politici – democratico o repubblicano – mentre la Clinton doveva considerarsi figlia del sistema americano. Quest’ultima caratteristica, negli States, è molto importante. Perciò la sua mancanza segnava male, fin dall’inizio, la strada del nuovo presidente.

Trump, nella campagna di accuse scoppiata in questi giorni, naturalmente si difende, e lascia che vadano a fondo i collaboratori che egli stesso aveva scelto: la politica, specialmente ai vertici, non sente i vincoli della lealtà.
La rosa dei nomi oggi sotto inchiesta, non lascia indenne Hillary Clinton, che si sarebbe servita nella sua campagna elettorale dello studio guidato da Tony Podesta, che è a sua volta il fratello di John Podesta, già responsabile della campagna elettorale della Clinton. Naturalmente questi intrecci potrebbero giovare al presidente, in qualche tentativo di far tacere ogni cosa.

Però, coinvolta in rapporti interessanti per la giustizia, è ora soprattutto la sua famiglia. Don Junior Trump, il figlio del presidente, ha avuto rapporti con un avvocato russo, pare per ottenere dei documenti da utilizzare contro la Clinton nella campagna elettorale. Insieme al figlio di Trump, nel giro si ritrova anche Jared Kushner, consulente della Casa Bianca e genero del presidente in carica. Sotto inchiesta c’è anche Paul Manafort, uno degli artefici della campagna elettorale di Trump. C’è poi il caso di George Papadopoluos, che appare particolarmente grave perché tocca uno dei suoi importanti collaboratori durante la campagna elettorale: per evitare guai maggiori si è intanto dichiarato colpevole di dichiarazioni false allo FBI. Ma i vantaggi che da ciò potrebbero derivare a Papadopoluos, fanno tremare però altri bei nomi dello staff.

La crisi, nei suoi possibili sviluppi, appare piuttosto preoccupante per il presidente. Nella faccenda assume un posto importante anche la politica estera, perché Trump potrebbe cercare qualche alternativa per distrarre l’attenzione su di sé, chiamando l’America alla solidarietà nazionale. L’occhio del presidente non si è mai distratto dalla Corea del Nord, che dal canto suo non recede da una politica irresponsabile. Le potenze minori, dotate di armi nucleari, sono ormai in grado di destabilizzare perfino le potenze maggiori, che nei fatti non sono in grado di servirsi delle loro armi nucleari le cui ricadute danneggerebbero anche gli stessi alleati di Washington.

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