Martedì 26 Marzo 2019 | 23:08

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Questione settentrionale
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di Giuseppe De Tomaso

Matteo Salvini canta vittoria, ma se fosse stato per lui, i referendum per l’autonomia in Veneto e Lombardia non si sarebbero dovuti tenere. Il vero vincitore del test elettorale di domenica scorsa è il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia. Il suo collega lombardo, Roberto Maroni, è un vincitore a metà, visto che l’affluenza nelle sue province è risultata assai più contenuta rispetto alla partecipazione di votanti nelle valli venete, con un clamoroso record negativo proprio a Milano (una capitale del Sud).

Salvini è impegnato da tempo nella costruzione di un partito nazionale di destra-destra sulla falsariga del Fronte National francese guidato da Marine Le Pen. Salvini sa che fino a quando la Lega resterà un partito regionale o pluriregionale, a lui sarà sempre preclusa la leadership complessiva del centrodestra, e quindi anche la sua agognata nomination per Palazzo Chigi.

Ragionano diversamente i viceré leghisti di Veneto e Lombardia. Primo, perché entrambi sono legati al Movimento delle origini che, nel suo statuto, tuttora si pone come obiettivo l’indipendenza del Nord e la cesura anche elettorale (niente liste al di sotto di Roma) dal Sud. Secondo, perché hanno compreso che la sciagurata (non per loro) riforma del Titolo Quinto della Costituzione (2001), varata proprio per giocare d’anticipo sui proclami bossiani, offre il grimaldello per scassinare legalmente lo Stato. È vero che la Costituzione vieta di indire referendum in materia fiscale, ma consente alle Regioni di chiedere più poteri su una ventina di argomenti-chiave. Il che solleva automaticamente il problema di una diversa ripartizione del gettito delle tasse, che in questo caso privilegerebbe la logica territoriale. Ossia: meno soldi allo Stato centrale da parte dei contribuenti veneti e lombardi.

Inutile dire che, soprattutto in Veneto, il voto dell’altro ieri potrebbe dare vita a pulsioni catalane, a tentativi scissionistici di cui, finora, non si avvertivano i sintomi. Basta un nonnulla per scatenare attese e pretese, con buona pace dell’unitarietà e solidarietà nazionali. Sappiamo tutti che la consultazione parziale nelle due regioni del Nord si è svolta nel rispetto della legge e che il test non era paragonabile alla dirompente vertenza separatistica di Barcellona. Ma il plebiscito pro Zaia si è rivelato assai imponente per non escludere un’accelerazione in senso catalano delle istanze autonomistiche venete.
Del resto sono 24 le aree geografiche europee in cui la voglia matta di dividersi dallo Stato centrale è riesplosa con forza negli ultimi anni. Per fortuna c’è l’Europa, che potrebbe attutire questi salti nel buio, qualora i divorzisti si dovessero imporre con la legge o con la forza. Ma resta, parliamo dell’Italia, la sgradevole sensazione di un Paese che da un momento all’altro potrebbe ritrovarsi a discutere sulla propria disunità.

La colpa, dicono in alcuni bar, uffici e circoli del Settentrione è del Mezzogiorno che riceve troppo rispetto al poco che dà, in termini di imposte, alla cassa nazionale; e che spreca troppo rispetto agli aiuti che riceve dalla fiscalità generale.
La discussione sulla divisione dei soldi ci riporterebbe quasi al Medio Evo. E forse non è il momento. Davvero minori quattrini sono stati e sono destinati da Roma al Nord? Dipende dai punti di vista e dai provvedimenti esaminati. Resta il fatto che il trionfo di Zaia rappresenta una bomba ad orologeria per l’intera Penisola e per il Meridione in particolare.
Uno, perché se passasse il principio che il grosso delle entrate deve rimanere sul territorio, l’Italia si ritroverebbe nello status, auspicato nell’Ottocento dal cancelliere austriaco von Metternich (1773-1859), di «espressione geografica». Addio nazione. Due, perché il Sud, oggi, non è nelle condizioni di potere fare tutto da solo: non potrebbe assicurare alla sua popolazione gli stessi servizi del Nord.

Ciò non toglie che le classi dirigenti del Mezzogiorno debbano farsi un esame di coscienza. Con l’avvento delle Regioni, il divario tra le due Italie è risalito, interrompendo una fase di riavvicinamento che lasciava ben sperare. Oggi il Sud esprime poco più della metà rispetto al reddito prodotto dal Nord, mentre l’ex Germania Est ha raggiunto i due terzi rispetto al reddito dell’ex Germania Ovest. Eppure l’unificazione tedesca non ha ancora festeggiato il suo trentesimo compleanno.
Il voto veneto, che rilancia la questione settentrionale al centro della scena nazionale, in realtà potrebbe indirettamente riproporre una nuova questione meridionale, concentrata sul principio e sulla pratica del buongoverno. Non è semplice, né facile. Il decadimento scolastico ha peggiorato il livello di preparazione delle classi dirigenti. I migliori studenti, poi, emigrano a Londra dove sostituiscono i fiacchi e svogliati ragazzi inglesi, facendosi pure tirare addosso le pietre dai tifosi della Brexit.
Ma il Sud non può restare a guardare. Per prima cosa, deve prestare attenzione su chi votare e cosa votare. Secondo, deve convincersi che, domani più di oggi, nessun pasto pasto sarà gratis. Anche se attorno alla tavola generale, finora, altri avevano recitato la parte dei leoni mangiatutto.

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