Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:49

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Il diritto-dovere di informare non può far finire in tribunale i giornalisti

giornali stampa editoria

Due cronisti sono finiti sotto inchiesta per aver fatto il loro mestiere, trovare e dare le notizie. È accaduto ieri, è successo oggi, accadrà domani. Fino a quando non si deciderà seriamente di permettere - in Italia e non solo - ai giornalisti di fare i giornalisti, senza correre il rischio di finire in tribunale prima e più velocemente dei protagonisti dei loro articoli, oppure di saltare in aria come avvenuto lunedì scorso a Malta a Daphne Caruana Galizia o ancora di abbandonare affetti e case per vivere scortati.

Lettori e cittadini non sanno che i cronisti per dare le notizie prima devono trovarle, non avendo alcun diritto codificato ad accedere ad atti, documenti e provvedimenti giudiziari. Capita di assistere a conferenze stampa convocate da Procura e Forze dell'Ordine nelle quali ci si ritrova con informazioni inevitabilmente parziali, diffuse da quella che è in fondo solo una parte del processo, e in alcuni casi perfino incomplete, difettando di nomi, capi di imputazione, date di commissione dei presunti reati, numero di persone coinvolte e anche – succede – di decisioni del giudice che firma gli arresti difformi da quelle richieste dal pubblico ministero, eccetera eccetera. Tocca in questi casi ai cronisti procurarsi in qualche maniera gli atti giudiziari non più coperti da segreto (essendo evidentemente stati notificati alle parti) per dare ai lettori informazioni corrette e soprattutto complete, mettendo in fila episodi, nomi, articoli del codice penale violati, gravi indizi di colpevolezza ed esigenze cautelari.

Da anni si auspica una riforma che riconosca espressamente il diritto di accedere agli atti, con tutte le garanzie del caso per le parti coinvolte, ma non solo una tale riforma non è all'agenda del Parlamento: al contrario c'è chi sollecita ulteriori limiti alla pubblicazione di quegli atti e l'inasprimento delle sanzioni per chi ignora il divieto. E poi ci sono le Procure che mettono sotto inchiesta per rivelazione di segreto d'ufficio o, come quella di Bari nel caso che riguarda i due cronisti della Gazzetta addirittura per violazione del segreto di Stato, elevando imputazioni non solo più volte bocciate dalla Corte di Strasburgo, ma giuridicamente fragili perché per poter rivelare un segreto d'ufficio bisogna essere pubblico ufficiale (e i giornalisti non lo sono) e per violare un segreto di Stato bisogna appartenere a una istituzione e non ci risulta che Longo o Scagliarini appartengano ad altra istituzione che non sia la famiglia della Gazzetta. Non è una difesa corporativa ma la difesa di una libertà: quella di informare i lettori, quella di raccontare, in maniera dettagliata e documentata tutto quello che accade nella nostra terra. Il racconto di quanto avvenuto a Valenzano non è, né può essere, un reato.

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