Martedì 26 Marzo 2019 | 02:53

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L'esposizione mediatica
non giova all'autorevolezza
dell'ordine giudiziario

La Gazzetta compie 130 anni Mattarella: una storia di libertà

di Sergio Lorusso

La toga «non è un abito di scena», ma ha un significato simbolico per il magistrato, che nell’esercizio delle proprie funzione «deve dismettere i propri panni personali ed esprimere, così, appieno la garanzia di imparzialità».

Èquesto uno dei passaggi più incisivi del discorso rivolto lunedì ai neo-magistrati dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ravviva il dibattito – sempre attuale – sul ruolo della magistratura nella società e sui delicati rapporti degli appartenenti all’ordine giudiziario con i media.

Un dibattito, quello sul protagonismo dei giudici, che proprio nei giorni scorsi ha subito un’impennata dopo l’apparizione in tv – nel talk show di Giovanni Floris su La7 – dell’ex presidente dell’ANM Piercamillo Davigo (ora Presidente di sezione in Cassazione) e l’intervento del vicepresidente del CSM Giovanni Legnini al congresso dell’Unione delle Camere penali italiane che, pur senza riferirsi espressamente a Davigo, ha sottolineato come «in nessun altro Paese europeo [sia] consentito passare con tanta facilità da talk show o prime pagine dei giornali all’esercizio di funzioni requirenti e giudicanti fino alla presidenza di collegi anche della Cassazione», evidenziando altresì che allo stato «non ci sono norme per arginare questo fenomeno».

Piena sintonia, dunque, tra Legnini e Mattarella (che del CSM è il presidente) su una questione che si ripropone ciclicamente all’attenzione degli osservatori e dell’opinione pubblica, senza però trovare adeguate soluzioni. Una questione tutt’altro che nuova: «ci sono giudici ammalati di protagonismo, che pur di andare in scena sono disposti alle follie», ammoniva Indro Montanelli già nel 1985. Dunque nulla è cambiato a distanza di oltre trent’anni?

L’odierna istantanea è tutt’altro che rassicurante e, purtroppo, peggiorativa rispetto al passato anche perché, più che in passato, oggi «l’attività giudiziaria è spesso al centro del quotidiano dibattito pubblico, grazie anche all’evoluzione dei mezzi di comunicazione»: occorre allora «essere consapevoli che l’attenzione della opinione pubblica rivolta all’azione giudiziaria non può e non deve determinare alcun condizionamento nelle decisioni» (sono ancora parole di Mattarella). Pericolo tutt’altro che remoto, come rileva il giurista e magistrato francese Antoine Garapon rimarcando che non di rado «la sentenza si radica su un giudizio sociale preesistente, che agisce, il più delle volte, a livello inconscio», facendo regredire la decisione verso tale pregiudizio (A. Garapon, Del giudicare. Saggio sul rituale giudiziario, Raffaello Cortina ed., 2007).

Non solo. Il progressivo trasferimento del processo penale dalle aule di giustizia agli studi televisivi esalta e nutre il narcisismo giudiziario: le sirene mediatiche attraggono fatalmente alcuni (e fortunatamente solo alcuni) magistrati, rompendo le unità di luogo, di tempo e di azione tipiche del processo. Che quest’ultimo abbia una dimensione scenica e spettacolare, infatti, è innegabile, ma tale dimensione si realizza in modo del tutto peculiare: la giustizia viene resa nelle aule di tribunale, con i tempi – sicuramente meno celeri di quelli mediatici – resi necessari dal rispetto di determinate garanzie e ha ad oggetto esclusivamente fatti penalmente rilevanti. Queste regole vengono infrante dalla “giustizia-spettacolo”, con le conseguenze pregiudizievoli a tutti note per chi si ritrova a fare i conti con gli ingranaggi giudiziari.

Il processo penale, insomma, non è uno show. Ed è solo grazie a magistrati equilibrati che rifuggano da una visione individualistica delle proprie funzioni – e a maggior ragione da deleteri protagonismi – che può raggiungere i propri obiettivi. Le garanzie d’indipendenza e di autonomia della magistratura rispetto ad ogni altro potere (art. 104 comma 1 Cost.) costituiscono un patrimonio per giudici e pubblici ministeri che non può essere dilapidato con la commistione di due mondi – quello della giustizia e quello dei media – che devono rimanere separati. Non è minimamente in discussione, com’è ovvio, la libertà d’espressione dei magistrati (a tutti garantita dall’art. 21 comma 1 Cost.), ma tale libertà deve essere modellata in ragione della delicatezza delle funzioni esercitate, tenendo conto del dovere di discrezione e di riservatezza che incombe su di loro per la necessità che sia preservata la fiducia dei cittadini nel potere giudiziario, come ha affermato la Corte europea dei diritti dell’uomo (sez. II, sentenza 9 luglio 2013, Di Giovanni c. Italia).

Può apparire anacronistico, forse, invocare la “solitudine di mensa” del magistrato, necessaria ad avviso di Gaetano Foschini – autorevole giurista e accademico del secolo scorso che fu anche magistrato prima di abbracciare la professione forense – per un esercizio indipendente ed equilibrato delle funzioni giudiziarie; ma è possibile chiedere loro moderazione e rinuncia a quell’esposizione mediatica che ne compromette, irrimediabilmente, l’autorevolezza, l’indipendenza e l’imparzialità.

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