Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:59

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Da Barcellona un monito
per l'Europa serve politica

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di OSCAR IARUSSI

Dall’antico quartiere di Gràcia alla Barceloneta cara ai pescatori e agli artisti, dall’Eixample geometrica e borghese alla Rambla caotica e libertina, funestata dall’attentato dello scorso 17 agosto. Fino al Camp Nou dove il Barça di Leo Messi e Gerard Piquè ha vinto a porte chiuse, 3 a 0 contro Las Palmas, squadra delle Canarie che esibiva sulla maglia un richiamo all’unità spagnola... Barcellona ha vissuto ieri la sua domenica di passione. Disordini fuori dai seggi aperti (qua e là chiusi con la forza) per il referendum indipendentista; oltre 700 feriti a causa delle cariche della polizia spagnola e della Guardia Civil che ha manganellato persino gli anziani, i vigili del fuoco e i colleghi del corpo «Mossos d’Esquadra» (la polizia autonoma catalana); reciproche accuse tra il governo di Madrid e la Catalogna; e polemiche roventi in Europa.

«Veneto come la Catalogna. Siamo tutti sotto dittatura!», hanno tuonato sui social esponenti e militanti della Lega Nord, con la testa al referendum del prossimo 22 ottobre quando Lombardia e Veneto saranno chiamate a esprimersi sulla opportunità di «richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse».
Intanto l’Unione europea ancora una volta è apparsa in imbarazzo, quasi al limite dell’ignavia, sebbene schierata formalmente con Madrid, capitale di uno Stato membro.
Certo, non è facile prendere posizione in un conflitto sfuggito di mano a entrambi i contendenti e subìto - si direbbe - dagli stessi leader degli schieramenti opposti. Le violenze sono sempre esecrabili in una domenica di voto. Per quanto il governo spagnolo ritenesse illegittima la consultazione referendaria, mai avrebbe dovuto ricorrere al «monopolio della forza» contro i propri cittadini, ché tali sono a tutti gli effetti. Un esito del genere segna già una sconfitta del presidente Mariano Rajoy, esponente del Partito popolare (centro-destra). Ma anche Carles Puigdemont, giornalista di Girona ed erede del leggendario Jordi Pujol e di Arturo Mas nella guida della Generalitat de Catalunya, si è detto nei giorni scorsi «costretto» ad andare avanti, «fino in fondo», a nome dei sette milioni e mezzo di catalani.

L’indipendentismo catalano - seppur con la sua legittimità culturale (il castigliano è un’altra lingua) - è una rivolta dei più ricchi ed «evoluti» contro il resto del Paese, come accade da tempo in varie parti dell’Europa post-Muro. Infatti la Catalogna è da sempre l’area iberica più liberale e innovativa, mentre Barcellona, la cui attuale alcadessa Ada Colau è stata eletta nel 2015 da una coalizione di liste «irregolari» e di estrema sinistra, fu l’ultima città spagnola ad arrendersi a Francisco Franco nel 1939. Tanto che le memorie della guerra civile, dell’anarco-sindacalismo, di Hemingway, Picasso, Ivens e compagni sono ancora vivide all’ombra della Sagrada Familia di Gaudì. In seguito Barcellona ha coltivato e rinverdito il suo mito nelle pagine di scrittori come Manuel Vazquez Montalbàn, Juan Goytisolo e Arturo Perez-Reverte, o grazie al famoso film Terra e libertà del maestro inglese Ken Loach (1995).

Già, il cinema ci ha abituato a guardare con estrema simpatia alle lotte autonomiste in ogni dove, dalla Scozia di Braveheart all’Irlanda della Moglie del soldato e di Michael Collins, agli Usa di The Patriot (meno fortunato al botteghino il Barbarossa di Martinelli, sbandierato nel 2009 come una sorta di manifesto padano). Tuttavia la drammatica domenica di Barcellona riserva un monito a non mitizzare e a non demonizzare le istanze di indipendenza, che andrebbero piuttosto capite, analizzate e governate da quel che resta degli Stati Nazione e dalla fantasmatica Unione europea. Per questo e a questo servono la politica e le élite, le grandi assenze degli ultimi anni di fronte alla folla e, talora, alla follia regressiva dei nazionalismi e dei populismi. Come se ne esce altrimenti?

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