Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:10

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In debito con i tedeschi per la lezione sul debito

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di GIUSEPPE DE TOMASO

Si sa. I tedeschi ammirano gli italiani, ma non li stimano. Gli italiani stimano i tedeschi, ma non li ammirano. All’origine di questo complicato rapporto ci sono molti fattori: non ultimo il diverso atteggiamento che i due popoli, oltre che i rispettivi governi, manifestano nei confronti del debito. Per i tedeschi il debito è una colpa, anche sul piano semantico e lessicale. Per gli italiani il debito è un’opportunità, soprattutto sotto altri punti di vista. Per i tedeschi la propensione al debito da parte di quelli di Roma è la dimostrazione dell’immaturità civile di un Paese. Per gli italiani l’ossessione anti-debito da parte di quelli di Berlino è la prova dell’eccessivo rigorismo teutonico e della conseguente renitenza germanica ad ogni chiamata di solidarietà. 

Tra pochi giorni i tedeschi affolleranno le urne per eleggere i loro parlamentari. Solo qualche kamikaze potrebbe scommettere contro la cancelliera uscente, Angela Merkel, anche se difficilmente il di lei partito (Cdu) supererà il traguardo della maggioranza assoluta. La Merkel concorderà il programma di governo con gli alleati e poi riprenderà il suo lavoro alla Cancelleria.
Quasi sempre le elezioni, non soltanto in Italia, si vincono promettendo l’ impossibile, facendo costose campagne acquisti di potentati corporativi, o scatenando la spesa pubblica, cioè comprando i voti con i soldi dei contribuenti. Anche in Germania la lotta politica ricorre a sistemi spregiudicati e a pratiche dispendiose. Ma il debito pubblico tedesco è attestato attorno al 70% del Pil, mentre quello italiano ha oltrepassato quota 132%. Quasi il doppio in termini percentuali.
Le cifre di Berlino dimostrano che si può fare politica ed eccellere in cabina elettorale senza darsi per forza alla pazza gioia, senza infischiarsi del debito che sale. Viceversa, in Italia, un leader politico che si presentasse alle urne con propositi di contenimento del debito verrebbe considerato un signore fuori dal tempo, addirittura candidabile a un Tso (Trattamento sanitario obbligatorio).

Il problema italiano è che la classe politica e la società civile hanno rimosso la questione del debito pubblico (forse anche perché nella Penisola si vota ogni anno). I governi, tutti i governi, hanno sprecato il dividendo (grazie ai tassi d’interesse più bassi) originato dall’ingresso nel club dell’euro: anziché ridursi, il rapporto debito/Pil è cresciuto dal 100% al 132%. Eppure, come ripeteva spesso l’economista Carlo Cottarelli quand’era commissario per la revisione della spesa pubblica, il momento ideale per dare una rasoiata al debito pubblico va cercato proprio nel periodo di calma dei tassi d’interesse. Altrimenti il debito continuerà ad annullare ogni proposito di crescita.
Minore debito pubblico significa minore dipendenza dai mercati finanziari, che, come tutti i consessi umani, hanno bisogno di certezze e buoni programmi per liberarsi dalla condizione di volubilità/volatilità che solitamente caratterizza il popolo degli investitori e dei risparmiatori.

Maggiore debito significa minore garanzia di investimenti pubblici e privati, visto che il denaro, per definizione, non è illimitato e che i portafogli dei contribuenti non possono essere alleggeriti a oltranza: anche i tassatori più incalliti si renderebbero conto che, prima o poi, i soldi degli altri finiscono.
Per fortuna, la Germania e la Merkel hanno tenuto duro davanti alle tesi di quanti auspicavano la crescita del debito pubblico per raggiungere l’obiettivo reale: l’uscita dall’euro e il ritorno alla spensieratezza gestionale. Se oggi le prospettive di ripresa economica sono più confortanti rispetto alle mortificanti previsioni di ieri, il merito va attribuito soprattutto a loro, ai tedeschi bollati come inguaribili maniaci del rigore.

Infatti, da qualche mese, nessuno vuole più il divorzio dall’euro. Neppure i movimenti populistici più anti-europeisti insistono sulla fuga dalla moneta comune. Per fortuna nessuno vagheggia più, come accadeva in anni recenti, la soluzione di stampare banconote a go-go, manco fossimo in un film di Totò. Né qualcuno sogna più di percorrere la via argentina (ripudio del debito) non onorando le cambiali con i creditori. Per l’Italia una misura del genere sarebbe più devastante di una patrimonialona visto che i due terzi dei titoli del debito pubblico nazionale sono stati sottoscritti da cittadini dello Stivale. Eppoi, l’Italia è uno fra i pochissimi Paesi al mondo ad aver sempre rispettato gli impegni. Quanto ci costerebbe aggiungere il deficit di credibilità derivante da una decisione così sconvolgente?
Conclusione. L’Italia farebbe bene a prendere il buono che arriva dalla Germania, a cominciare dal rigore nei comportamenti pubblici e privati. Il debito pubblico non è solo indice di irresponsabilità finanziaria. È anche testimonianza di lassismo morale. Il che non è mai un segnale rassicurante.

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