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Il rebus politico dello «Ius soli»

Ius soli diritto alla cittadinanza italiana

di GIOVANNI VALENTINI

Ha ragione Romano Prodi a dire che «serve un lungo lavoro pedagogico» per far passare, nell’opinione pubblica prima ancora che in Parlamento, la nuova legge sullo Ius soli già approvata alla Camera e ora ferma al Senato. E cioè, una campagna d’informazione, spiegazione e persuasione che finora il nostro sistema mediatico nel suo complesso non ha fornito adeguatamente: a cominciare dal servizio pubblico radiotelevisivo che su un tema di civiltà come questo dovrebbe aprire un confronto e un dibattito, per assolvere il suo compito e il suo ruolo istituzionale. Ma allora bisogna aggiungere che questo «lavoro pedagogico» non l’hanno svolto a dovere né il governo né tantomeno il Pd che pure è il promotore della legge in questione.
Non ha torto l’ex premier neppure quando afferma che bisogna innanzitutto sgomberare il campo dagli equivoci che hanno finito per mescolare e confondere lo Ius soli con l’esodo biblico che ha prodotto i flussi migratori e gli sbarchi in massa sulle nostre coste meridionali. E proprio questa infelice coincidenza dimostra che la scelta dei tempi per la discussione della legge è stata quantomeno sbagliata, se non proprio inopportuna e controproducente. Per esperienza personale Prodi sa bene, d’altra parte, che il suo ultimo governo andò in crisi su un argomento analogo, altrettanto controverso e infido, come quello delle cosiddette «unioni civili».

La verità è che quando sono in ballo questioni di coscienza, dalla condizione degli omosessuali a quella dei figli degli immigrati nati in Italia, i rischi dell’equivoco, della propaganda ovvero della strumentalizzazione, sono sempre in agguato. Così lo Ius soli è diventato il pomo della discordia, diciamo pure un pretesto, per far coalizzare gli avversari del Partito democratico contro un principio di ragionevolezza e di umanità. Sta di fatto, comunque, che oggi un referendum su questo tema provocherebbe con ogni probabilità un’altra vittoria del fronte del No. «Il popolo - avverte lo scrittore portoghese Fernando Pessoa nel suo celebre Libro dell’inquietudine - non è mai umanitario», perché coltiva un’attenzione assoluta per i propri interessi e pratica per quanto possibile l’esclusione di quelli altrui.
Il rebus politico, dunque, sta tutto nell’alternativa tra riconoscere i diritti dei figli nati sul nostro territorio da genitori immigrati «regolari» oppure inseguire gli umori prevalenti della gente, con il rischio implicito di essere sospettati di opportunismo per raccogliere il consenso elettorale degli stranieri. Eppure, già questo elemento dovrebbe essere sufficiente a far riflettere: se il padre e la madre possono votare in Italia, a quale nazionalità appartengono i figli? Oppure, questi ultimi devono essere condannati di fatto a restare apolidi, senza patria e senza terra?

In realtà, rispetto alla vecchia legge del ’92 ispirata allo Ius sanguinis, secondo cui lo straniero nato nel nostro Paese ha diritto a chiedere la cittadinanza italiana - una volta diventato maggiorenne - solo se abbia risieduto qui «legalmente e ininterrottamente», il provvedimento ora in discussione introduce altre due modalità: lo «Ius soli temperato» e lo Ius culturae. Il primo criterio stabilisce alcune condizioni precise, per cui almeno uno dei genitori deve avere un permesso di soggiorno Ue di lungo periodo e risultare residente in Italia da almeno cinque anni. L’altro prevede che anche i minori possano acquisire la cittadinanza se hanno frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli presso istituti scolastici nazionali e sono stati promossi; oppure hanno seguito percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali.

Non si tratta, quindi, dei figli dei profughi o degli immigrati che sono arrivati negli ultimi mesi o negli ultimi anni, ma di giovani che ormai vivono e risiedono da tempo in Italia, circa ottocentomila su un milione, che hanno studiato nelle nostre scuole e parlano correntemente la nostra lingua. Un riconoscimento ex post, magari da integrare con ulteriori correttivi ed emendamenti, che non riguarda i nuovi arrivi sbarcati sulle nostre coste da cinque anni a questa parte. Bensì gli stranieri già integrati nel nostro Paese, nella nostra società e nella nostra economia: circa 2,3 milioni di genitori che lavorano in Italia e nel 2015 hanno prodotto 127 miliardi di ricchezza, pari all’8,8% del valore aggiunto nazionale, versando circa un punto di Pil in termini di contributi. Un’azienda, insomma, che vale in pratica come la Fiat.

Per spiegare in modo più efficace la situazione, forse basterebbe raccontare – soprattutto in televisione – le storie di questi figli di immigrati, farli vedere e parlare, magari con gli accenti romaneschi o lombardi come sono abituati a fare da sempre. Ma ai populisti e ai demagoghi conviene speculare – appunto – sull’equivoco, eccitare gli animi e gli istinti peggiori, lucrare su una colossale mistificazione. A loro non interessa risolvere una questione di civiltà; a loro interessa solo sfruttare l’emergenza immigrazione per suscitare paure ancestrali e raccattare voti di pancia.

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