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Non sappiamo come andrà a finire la vicenda Consip. Di certo rischia di incrinare ulteriormente il rapporto già difficile fra politica e magistratura. Ma questo non sarebbe neppure il male peggiore se non vi fosse anche un inevitabile calo di fiducia nelle istituzioni. Magistratura, organi di polizia, alti funzionari dello Stato vedono appannarsi la loro credibilità e autorevolezza. L’effetto, in una società con un già scarso tasso di moralità, è deleterio. Non si può dimenticare che il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica è avvenuto per via giudiziaria e non politica. Il ventennio berlusconiano è stato caratterizzato da un massiccio intervento dei giudici sulla vita politica e sulle amministrazioni pubbliche.

L’attività delle cosiddette «toghe rosse» ha segnato molte vicende della nostra storia recente. Oggi le toghe, per fortuna, hanno perso colore, ma in più d’un caso non sembrano aver perso l’intenzione di voler condizionare la vita politica. Constatazioni che lasciano l’amaro in bocca ma che la cronaca dei fatti rende inevitabili. È giusto di ieri la notizia - tanto per restare in Puglia - dell’assoluzione di Sergio Povia, ex sindaco di Gioia del Colle. Nel 2015 fu arrestato, insieme con altre quattro persone, con l’accusa di aver intascato tangenti per la costruzione di alloggi popolari. Quattro giorni in galera, poi ai domiciliari, un’attività politica forse compromessa per sempre, una dignità calpestata, due anni di vita bruciata. Ora dichiarato innocente perché il fatto non sussiste, cioè le bustarelle non sono mai esistite. Forse è un po’ troppo.

E lo stesso può dirsi di un’altra vicenda conclusasi in questi giorni: quella dell’ex ministro Clemente Mastella. Anche lui accusato e costretto alle dimissioni, anche lui innocente. Nel suo caso sono passati 15 anni, perché ci sono stati ricorsi e appelli. Alla fine però la Giustizia - come si diceva una volta - ha trionfato. Solo che oltre alla devastazione della vita personale di Mastella, quell’inchiesta fece cadere anche un governo e scusate se è poco.
E la vicenda Consip, con i suoi contorni ancora molto nebulosi, ha di fatto portato alla caduta del governo Renzi. Si dirà: ma in Italia la corruzione e l’inciucio sono a livelli altissimi. Vero e ogni giorno i giornali raccontano una malaitalia. Ma ciò che preoccupa è l’accanimento della magistratura inquirente su personaggi e vicende che, per il loro ruolo, danno visibilità alle inchieste. Quante carriere politiche di magistrati sono partite da un avviso di garanzia assestato al momento giusto al personaggio giusto? Ha avuto il coraggio di ammetterlo lo stesso Antonio Di Pietro, protagonista indiscusso della stagione cosiddetta di «Mani pulite» e acerrimo inquisitore di Silvio Berlusconi.

«Ho costruito la mia politica sulla paura delle manette - ha dichiarato l’ex pm - sul concetto che erano tutti criminali, sulla paura che chi non la pensava come me era un delinquente. Oggi però, avviandomi verso la terza età, mi rendo conto che bisogna rispettare anche le idee degli altri».
Se dobbiamo tracciare un bilancio dalla stagione di «Mani pulite» in poi, dobbiamo ammettere che non è granché positivo. Il malaffare in Italia non si è ridotto e troppe persone sono finite in carcere ingiustamente accusate. Se questo è il risultato, è naturale che lo scontro politica-magistratura vada avanti all’infinito. Perché i politici sempre più saranno tentati dalla voglia di fare leggi per imbrigliare i magistrati. E i magistrati vorranno usare il loro potere per smontare questa strategia. Di mezzo un Paese che ormai percepisce la Giustizia non come una certezza ma come una scommessa.
Per evitare pericolosi cortocircuiti allora i magistrati dovrebbero avviare un’onesta e profonda riflessione sul modo di operare, almeno di una parte di loro. Se riuscissero a trovare regole dall’interno forse eviterebbero sgraditi e sgradevoli interventi legislativi. Per esempio, limitare le comparsate mediatiche e accentuare l’attività disciplinare. Il Csm forse si occupa troppo di promozioni e incarichi e troppo poco di sanzioni disciplinari.
Speriamo che il caso Consip serva almeno ad avviare una franca e serena autocritica che aiuti questo strano, bellissimo e indecifrabile Paese a diventare un po’ più normale.

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