Martedì 19 Marzo 2019 | 16:34

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Si sa. I politici non hanno molta dimestichezza con la verità e i governi non hanno predisposizione per l’austerità (la loro). Ogni occasione è utile, alle classi dirigenti, per accrescere il proprio potere e, agli Stati, cioè alle varie burocrazie, per allargare il proprio raggio d’azione. A Parigi i Grandi della Terra hanno convenuto sull’idea di combattere senza esitazioni il surriscaldamento terrestre, sfoderando un linguaggio marziale addirittura più intenso rispetto al lessico sfornato contro il Califfato. A leggere i resoconti dalla capitale francese, in molti hanno ricavato l’impressione che il pericolo numero uno per le società libere dell’Occidente non sia il terrorismo, ma l’aumento di un grado o due della temperatura del pianeta. Aumento che non trova d’accordo tutti gli scienziati e gli esperti. Alcuni studiosi, fra cui Paolo Prodi, nutrono perplessità sulla causa antropogenica del (presunto) riscaldamento.

Anni fa, lo zar russo Vladimir Putin smontò gli argomenti dei catastrofisti più irriducibili osservando che non sarebbe stato un guaio per la Siberia se, colà, la temperatura media fosse scesa da 40 a 39 gradi. Anzi, forse la novità sarebbe stata apprezzata dagli abitanti di quelle aree così inospitali. A Parigi il leader di Mosca ha indicato nel rialzo di due gradi della temperatura media la soglia di tolleranza, oltre la quale si renderebbe necessario un intervento corale di tutte le nazioni del globo. Alla prudente posizione di Putin ha fatto da contraltare la posizione ambientalistica di Barack Obama, che sembra aver fatto proprio l’eco-vangelo di Al Gore, già vicepresidente degli Usa sotto Bill Clinton, ma soprattutto simbolo del movimento - in difesa del clima - irrobustitosi nella confederazione di zio Sam.

La tesi di Obama, sulla scia dell’enciclica di Papa Francesco, è che non c’è più tempo da perdere, che l’inquinamento rischia di distruggere la Terra, e che i Paesi poveri rischiano più di tutti. Alla linea di Obama hanno aderito molti governanti presenti a Parigi, fatta eccezione per i capi asiatici (sotto accusa per i livelli mostruosi di sostanze tossiche nei loro cieli), timorosi di dover mettere mano al portafogli (contro lo smog) nel pieno della loro crescita economica. Insomma, non sarà facile trovare un compromesso nei fatti, oltre che nei propositi. Ma la questione va al di là dell’emerg enza ambientale, anche perché, specie nell’Occidente, in seguito alle ecopolitiche degli ultimi decenni, il tasso di velenosità dell’aria si è ridotto sensibilmente. Le auto inquinano assai meno di ieri, le caldaie degli edifici sono più ecologiche, il risparmio energetico produce effetti benefici, l’amianto è fuori legge e via discorrendo. La legislazione ambientale, in Europa e in America, ha ormai toccato punte di rigidità prussiane, tanto che alcuni studiosi della società industriale si chiedono se tanto severità sia compatibile con lo sviluppo della libera impresa così come si è visto negli ultimi due secoli.

Allora, perché questo colpo d’acceleratore? Tutto merito di un surplus di sensibilità ecologistica? Tutto frutto di una seria preoccupazione per le sorti dell’atmosfera e della sfera terrestre? Può essere. Ma i disegni e i percorsi delle classi dirigenti spesso sfuggono ai radar quotidiani dell’opinione pubblica. A volte gli interessi particolari sono sapientemente camuffati e occultati nel guscio degli interessi generali, gli unici che possono essere spendibili sul mercato del consenso elettorale. Veniamo al dunque. L’Europa economica è tornata a crescere. Ma la sua crescita è assai modesta rispetto ai ritmi della Cina e di altre realtà asiatiche. L’Europa (e l’Italia in particolare) non riescono a inserire il turbo della ripartenza perché il freno a mano rappresentato da una tassazione insostenibile rallenta qualsiasi iniziativa imprenditoriale. Né sarebbe realistico progettare un altro carico di balzelli e di «una tantum»: l’economia stramazzerebbe a suolo senza un lamento.
Si potrebbe ovviare optando per il taglio della spesa pubblica. Ma la classe politica preferirebbe amputarsi un braccio piuttosto che tagliare un capitolo di spesa. Anzi, il concetto, pardon il sub-concetto di «fare politica» quasi sempre corrisponde, nelle convinzioni del 90 per cento della nomenklatura , al diritto-dovere di stabilire nuove spese.

E cosa c’è di più convincente, per il partito unico della spesa pubblica, che non dimora solo in Italia, di un bel programma di nuove spese, tale da giustificare, con l’obiettivo della lotta all’inquinamento, l’arrivo di nuove tasse? Sì, perché un conto è, dal punto di vista delle finalità, chiedere i soldi ai cittadini per coprire i debiti fatti da governanti e amministratori, un conto è chiedere quattrini in nome di un ideale superiore: migliorare l’ambiente in cui viviamo. Il «politicamente corretto» che trova spazio anche nella gente comune indurrebbe a rispondere sùbito con convinzione e partecipazione. Non è il caso di ri-citare il solito adagio andreottiano («A pensare male si fa peccato, ma s’indovina»), ma l’enfasi ambientalistica di parecchi uomini di governo autorizza la caccia a tutti i retropensieri più inconfessabili.

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