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L’antidoto della flessibilità contro il lavoro che non c’è

di Giovanni Valentini
L’antidoto della flessibilità contro il lavoro che non c’è

di GIOVANNI VALENTINI

In tutto il mondo si parla oggi di “nuovi lavori”, nuove tecnologie, flessibilità. E quest’ultima viene intesa come antidoto alla disoccupazione diffusa, provocata prima dall’automazione e poi dall’informatizzazione dei processi produttivi. Flessibilità nell’orario di lavoro, mobilità nelle sedi o nelle funzioni, elasticità nell’attribuzione delle mansioni.

Eppure, quando ne parla il ministro Giuliano Poletti si scatena il putiferio. Apriti cielo! I sindacati, all’unisono, reagiscono e protestano scandalizzati. Come se il problema riguardasse soltanto l’Italia e come se dipendesse esclusivamente dalla “cattiveria” del nostro governo. Ma la verità è che ormai i sindacati italiani difendono soltanto gli interessi di chi un lavoro, o una pensione, ce l’ha già. Non quelli dei tanti giovani che non studiano e non lavorano; dei giovani o delle giovani donne meridionali che per stanchezza o per sfiducia non cercano più un posto, perché sanno che non lo troveranno.

Il sindacato potrebbe essere il motore, l’asse portante della modernizzazione. L’interlocutore diretto degli imprenditori al tavolo della ricerca e dell’innovazione.
 

Einvece, nel nostro Paese, è il perno di quello che ho chiamato il Puc, il Partito unico della conservazione. Fino a che si trattasse di conservare e difendere i posti di lavoro, questa sarebbe ovviamente una battaglia più che legittima e sacrosanta. Ma qui si difende lo “statu quo”, all’insegna del più assoluto immobilismo, per difendere in realtà le tessere e gli iscritti.

C’è troppa conservazione nelle relazioni sindacali. E naturalmente, in tutto questo, c’è anche una grande responsabilità degli industriali. Per molti di loro, la flessibilità diventa spesso un alibi per adottare pratiche di sfruttamento o di prevaricazione sui lavoratori e sui loro diritti. Allora il confronto si trasforma fatalmente in una contrapposizione frontale, muro contro muro, priva di sbocchi costruttivi.

Oggi occorrerebbe, dunque, un nuovo “patto fra i produttori” per rilanciare finalmente l’occupazione. Una maggiore condivisione degli obiettivi, degli strumenti e delle risorse per raggiungerli. Un programma comune, insomma, per gestire l’azienda, la fabbrica o l’ufficio in modo più moderno, razionale ed efficiente. Sarebbe tanto più utile, perciò, che i lavoratori partecipassero al rischio d’impresa, agli utili e alle perdite, come avviene già – per esempio - in Germania, guadagnando di più rispetto alla propria base salariale se i risultati sono positivi.

Ma per avviare un percorso del genere è necessario superare, prima sul piano teorico o ideologico e poi su quello pratico, la dicotomia storica tra capitale e lavoro. Nella realtà del nostro tempo, non esiste più il capitalista che si limita a investire i suoi soldi per fare impresa, né più l’operaio o l’impiegato che viene messo alla catena di montaggio oppure legato alla scrivania per produrre beni o servizi. Per essere complementari, le funzioni devono integrarsi a vicenda nell’interesse di entrambe le parti.

La flessibilità, allora, non dev’essere più un tabù da demonizzare ed esorcizzare. E l’orario di lavoro, nell’era del cosiddetto “smart working”, non può essere più un totem da adorare ciecamente. Per esperienza personale e diretta, sappiamo tutti che si può lavorare meglio con orari diversi; a distanza; da casa, di notte o magari nel weekend, producendo così risultati anche maggiori. In questa prospettiva, l’informatica diventa uno strumento fondamentale per favorire il telelavoro o nuove forme più creative di lavoro a domicilio.

Quando il ministro Poletti - un uomo che viene da una lunga militanza nelle “cooperative rosse” – afferma che “l’orario di lavoro è un parametro vecchio”, non va scambiato dunque per un negriero che vuole abolire i diritti e le libertà sindacali. Dice invece una grande verità. E verosimilmente, la dice proprio nell’interesse dei lavoratori, vecchi e nuovi, anche di quelli che stanno per uscire dal mondo del lavoro e soprattutto di quelli che devono ancora entrarci. La sua non è una sfida al sindacato, bensì una sfida alla conservazione.

Dai commercianti che non vogliono tenere aperti i negozi ventiquattr’ore su ventiquattro ai tassisti che osteggiano l’introduzione tecnologica di Uber, fino agli operai e agli impiegati che si rifiutano di fare orari più flessibili, il Puc del Lavoro frena e blocca lo sviluppo nazionale. Una volta questo era il Paese del sole, della pizza e dei mandolini. Ma anche della fantasia, della creatività e del boom economico. Oggi rischia di diventare il Paese delle occasioni e dei posti perduti.

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