Martedì 26 Marzo 2019 | 00:49

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Nessun presidente del Consiglio in Italia ha esercitato poteri da premier come Matteo Renzi. La figura del presidente del Consiglio, per dettato della Costituzione, è essenzialmente quella di un primus inter pares nella squadra dei ministri: non può mandare via i membri del governo che gli si mettono di traverso, non può decidere sullo scioglimento anticipato delle Camere (prerogativa che spetta al Capo dello Stato).

La figura del premier, invece, prevista in parecchie Costituzioni europee, è quella di un primus super pares : sceglie lui i componenti dell’esecutivo e può accelerare il ricorso alle urne quando lo ritenesse necessario. Renzi non può (ancora) licenziare i ministri fuori linea, almeno formalmente. Può, però, decidere sulla durata della legislatura, dal momento che, essendo anche leader del partito di maggioranza alla Camera, può impedire qualunque soluzione a lui non gradita, mettendo il Presidente della Repubblica nella condizione di decretare il «tutti a casa» per senatori e deputati.

Ma, pur somigliando a un premier anziché a un presidente del Consiglio, Renzi non dispone di una maggioranza coesa, tanto è vero che lui ha dovuto benedire le trasfusioni di voti parlamentari, a suo vantaggio, operate da settori del centrodestra. Il che, da un lato ha dato ossigeno all’organismo renziano, ma dall’altro lato ha corroborato il ruolo del movimento grillino quale principale forza di opposizione al governo.
 

Il centrodestra, infatti, appare più spaesato, e intimorito, dell’undici romanista davanti allo stratosferico Barcellona di «Sua Maestà» Leo Messi. L’opposizione di sinistra, invece, appare più divisa di una squadra di ragazzi in cui tutti rincorrono il pallone, senza rispettare attitudini e schemi di gioco.

Sulla carta, il Royal Baby di Palazzo Chigi non dovrebbe preoccuparsi più di tanto della confusione che regna sotto il cielo della politica nazionale. Se i suoi avversari (tranne Beppe Grillo) arrancano, peggio per loro. Ma, a incedere con il cuore in affanno, è anche il partito democratico, ossia il partito del premier-leader.

I sondaggi non sono più straordinari come quelli di un anno fa, la situazione in alcuni enti locali non è idilliaca, la selezione dei candidati per le elezioni amministrative di primavera appare più controversa e litigiosa di una vicenda condominiale. E siccome, pur essendo dotato di un dinamismo e di un vitalismo fuori dal comune, Renzi non può seguire tutto o intervenire su tutto, succede che il partito nazionale balbetti spesso sulle direttive da dare alle federazioni locali, e che su un tema cruciale, come le primarie, la linea ufficiale dei dem oscilli come un lampione nelle serate di vento.

Certo, il Pd dispone di due vicesegretari (Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani) in grado di rappresentare e sostituire il Numero Uno nelle circostanze in cui è necessario. Ma, ecco il punto: nessuno dei due vice-leader sembra autorizzato a parlare per conto del Principale. Vuoi perché il Principale non li ha mai promossi a megafoni del Verbo. Vuoi perché la stessa doppia vicesegreteria non favorisce la chiarezza e l’autorevolezza delle comunicazioni. Servirebbe un vicario, un unico plenipotenziario in grado di parlare, nel Pd, per conto di Renzi, dopo aver ottenuto un’inequivocabile legittimazione in tal senso. È la strada che intraprese Bettino Craxi (1934-2000) quando, fra il 1983 e il 1987, fu alla guida del governo: lui a Palazzo Chigi, il luogotenente Claudio Martelli in Via del Corso, sede del partito socialista. Craxi non mollò mai la segreteria del Psi, ma al vicario Martelli era consentito di muoversi con una discreta autonomia.

Il vicariato non obbligava il delfino a fare il passacarte del monarca. La formula funzionò, tanto che il leader dc Ciriaco De Mita dovette sudare più di Maciste per ricordare a Craxi il dovere di rispettare il patto della staffetta di governo fra un socialista e un democristiano. Fosse dipeso da lui, Re Bettino avrebbe completato l’intera legislatura restando dietro la scrivania di Palazzo Chigi, mentre il Viceré Claudio avrebbe continuato a fare il factotum delegato nel partito.

Anche Renzi ha bisogno di un vice (ultralegittimato) al vertice del Pd. Pena il rischio di una continua divisione ed erosione correntizia. Intendiamoci. Renzi sbaglierebbe a disfarsi dello scettro di leader dem, così come gli viene suggerito da più parti. Lui è il primo a sapere che il doppio incarico è la sua polizza assicurativa e che, se lasciasse la segreteria, dopo una settimana gli verrebbe imposto il perfido rito della verifica di maggioranza, escamotage dialettico-diabolico per condurre un capo di governo direttamente al patibolo. E tutto si può permettere il Belpaese, in una situazione internazionale burrascosa e drammatica, tranne una crisi di governo per ragioni di bottega, anzi di retrobottega: riderebbe il mondo intero, compreso il Califfo dello Stato islamico. Ma Renzi, oggettivamente, non può pensare di affrontare sfide cruciali, come le prossime amministrative 2016, con il ping-pong dei due vicesegretari, entrambi non accreditati fino in fondo. Ripetiamo: dovrebbe, decidersi, l’ex Rottamatore, a scegliere un vicesegretario vicario, sulla falsariga dell’esperienza craxiana: un braccio destro provvisto di tutte le legittimazioni e di tutti gli strumenti per governare il partito (specie nel rapporto con la periferia) in nome del timoniere eletto nelle primarie.

Lo farà? Al presidente del Consiglio converrebbe. L’alternativa sarebbe un partito, per lui, sempre più incontrollabile.

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