Martedì 26 Marzo 2019 | 03:21

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Rosa Labriola*

Martedì 17 novembre entro nell’aula della mia prima nell’istituto tecnico Daverio di Varese. Lo faccio solo dal 19 ottobre quando, accettando una supplenza, mi trasferisco qui dalla Puglia e inizio a conoscere questa classe numerosa e multietnica, tanto vivace quanto fragile, come credo molte altre in tutta Italia.

CLIMA TESO - Accuso subito la fatica di dover investire buona parte delle mie lezioni a sedare gli animi e a ribadire regole di buona educazione per una civile convivenza, come testimoniano le mie svariate note disciplinari. Ma quel giorno l’atmosfera in classe è particolarmente tesa, più irrequieta del solito e mentre firmo il registro, un alunno chiede la mia opinione sul fatto che un gruppetto di suoi compagni abbia abbandonato l’aula in occasione del minuto di silenzio tenutosi il giorno prima. Mentre li invito a riportarmi tutto con calma, spontaneamente interviene una compagna e puntualizza che lei e altri cinque ragazzi di origini non italiane e di fede islamica (mentre un’ italiana è si uscita con loro, ma per recarsi ai servizi) non intendevano contestare il minuto di silenzio, ma volevano capire perché cadeva solo dopo le stragi di Parigi, mentre dal loro punto di vista, sembrava ragionevole che lo stesso fosse dedicato ed esteso a tutte le vittime delle stragi terroristiche.

VOGLIA DI CAPIRE - A quel punto li lascio intervenire tutti e ascolto con molta attenzione tanto quelli che si dicono indignati ed offesi per quella grave mancanza di rispetto quanto chi tenta di argomentare le ragioni del gesto. Comprendendo perfettamente i loro stati d’animo (anch’io sedevo tra i banchi di scuola quando si sbriciolarono le torri gemelle), non esito a guidarli nell’analisi delle loro reazioni e per prima cosa spiego loro il valore simbolico di alcuni gesti, rafforzo il concetto con degli esempi e soffermandomi sulla necessaria benché minima coerenza tra pensiero, parola e gesto, faccio notare a chi è uscito quanto quel dissociarsi in quel momento sia stato inopportuno, avventato e in netta discrasia con gli intenti poc’anzi confessati. Ma chi di noi a 14 anni, islamico o cattolico, ebreo o ateo, buddhista o evangelista era già in grado di cogliere appieno il valore e soppesare le conseguenze di ciò che faceva spesso in modo inconsulto e provocatorio? Conoscendoli un pochino (a partire dalla netta separazione dei banchi), so bene che l’accaduto è solo la punta di un iceberg, sotto il cui manto di ghiaccio cova la difficoltà di integrarsi, di dialogare, di convivere. La stessa difficoltà ben individuata da Gramellini in quella «mancanza di reciprocità» che non può e non deve alimentare un riflesso di chiusura.

LE COLPE DEGLI ADULTI - Quando vado a lavoro, so bene che ho di fronte 27 mondi diversi, spesso e volentieri in rotta di collisione fra loro e per scongiurarla ogni volta posso solo confidare su quella straordinaria forza magnetica che li spinge ad orbitare per pochi momenti intorno a me: la loro curiosità. Continuo a parlare dunque, e tutti conveniamo che ogni vittima innocente poco ha a che fare con il fanatismo folle di quattro tagliagole che reclutano giovani forze per seminare terrore e morte in ogni angolo del mondo. Ci sembra evidente che essere islamico non vuol dire essere terrorista. Concludo consigliando a chi ha sbagliato di chiedere scusa e a chi si è sentito offeso di perdonare la leggerezza dei compagni, evitando ulteriori ingiurie e discriminazioni e propongo di dedicare una piccola parte del nostro tempo insieme ad approfondire le modalità e i complicati e molteplici aspetti di questa guerra in atto.

LE LACRIME - Al suono della campanella i ragazzi prendono atto delle mie posizioni, si persuadono dei loro errori e alcuni visibilmente pentiti, scoppiano in lacrime dicendomi che, pur essendo nati in Italia e sentendosi italiani, subiscono, oggi più che mai, continue discriminazioni per il loro credo. Chiedo loro di continuare ad apprezzare Manzoni che ci insegna ad interrogarci su «quel guazzabuglio del cuore umano» e magistralmente ci ricorda quanto sia labile il confine fra vittime e carnefici, chiedo loro di visitare con noi i nostri monumenti e di ripartire da questo errore per imparare a fare classe senza cedere alla ripicca e all’infeconda aggressività e infine chiedo loro di sforzarsi nel loro piccolo di essere costruttori di pace come ogni religione richiede. Il giorno seguente mi trovo ad evitare la stampa locale e trovo i ragazzi piuttosto frastornati, alcuni spaventati per possibili ritorsioni sui loro cari. Tento di rassicurarli, facciamo un po’ d’ironia e concordiamo la comune strategia del silenzio, la migliore possibile, richiestaci anche dal nostro Dirigente scolastico.

Non intendo qui soffermarmi sull’abulia di chi è sempre propenso alla caccia alle streghe, strumentalizzando qualsiasi gesto, né commento la triste faciloneria di pseudo professionisti che invece di contestualizzare i fatti per offrire spunti di riflessione seria, hanno l’originalità, prettamente italiana, di bollare come covo di terroristi un’istituzione pubblica che accoglie ogni giorno più di mille ragazzi. Quello che mi preme invece, è constatare con amarezza che ancora una volta è il mondo adulto a meritarsi un’insufficienza, a non saper riconoscere le nuove e più ardue responsabilità che ricadono sugli studenti di oggi, a far fatica a dare l’esempio perché proprio non riesce a discostarsi da quell’idea di scuola come confino ideale dove basta diventare grandi senza dar fastidio, come sosteneva la Montessori.

Non si coglie che ogni nostra classe è il più efficace ed indefesso baluardo dei nostri valori, della nostra civiltà perché è l’unico luogo in cui questi si fanno carne e ossa. È da qui che si organizza la nostra Resistenza al terrorismo. Mi sembrano ancora più significative, dati i luoghi colpiti a Parigi, queste parole di Renzo Piano: «La città che funziona è quella in cui si dorme, si lavora, ci si diverte e soprattutto si va a scuola. Dico soprattutto perché mentre si può decidere di non visitare un museo, sui banchi di scuola ci devono passare tutti. Occuparsi di edifici scolastici è un rammendo che, ancora prima che edilizio, è sociale».

Ho scelto di tacere, ma continuo a parlare ai miei studenti esortandoli ad imparare dai loro sbagli perché è un loro diritto sbagliare e un loro dovere fare tante domande. Li sprono con furibondi rimproveri ad impegnarsi perché il loro percorso di formazione sia faticoso, ma soddisfacente. Mi assicuro che, anche se non fanno filosofia, possano comprendere quel concetto di Voltaire o di Spinoza che ho fatto mio alla loro età. Mi auguro possano diventare persone serie e piene di buon senso, di cuore e di mente.

Sabato 21 novembre in prima siamo riusciti a redigere una «Costituzione» tutta nostra: darsi delle leggi è il primo passo per evitare conflitti, così auspicava Platone. E quando alla fine delle lezioni tutti gli studenti del “Daverio-Casula” partecipano al meraviglioso flash mob organizzato dai loro rappresentanti, io sono con loro. Se il mio servizio in questa scuola dovesse concludersi la settimana prossima, tengo a dire che è stato per me un privilegio conoscere questi ragazzi e affido a queste righe la mia lezione, forse l’ultima con loro, ma quella più importante: avere sempre il coraggio delle proprie idee e l’intelligenza di adattarsi.

*Docente Istituto tecnico Daverio- Varese

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