Martedì 26 Marzo 2019 | 02:56

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La supplenza del Pontefice in un mondo senza bussola

di Giuseppe Tucci
La supplenza del Pontefice in un mondo senza bussola
Il viaggio del Pontefice in Africa sta acquistando un significato, anche simbolico, che sfugge ad una cultura secolarizzata nel senso più deteriore del termine e ad una politica che non riesce a trovare le ragioni della sua esistenza in Europa e nel mondo. Per l’undicesimo viaggio del suo Pontificato, Papa Francesco ha scelto di visitare l’Africa per la prima volta, nel momento in cui quel Continente, oggetto di ben diciotto visite da parte di Giovanni Paolo II sin dai primi anni Ottanta, è attraversato da violenze e conflitti inauditi, da instabilità permanente, in un contesto mondiale, in cui impera la paura per il terrorismo dell’Isis.

Dopo il Kenia e l’Uganda, Papa Francesco, il ventinove novembre prossimo venturo, approderà a Bangui, capitale della Repubblica Centroafricana, la tappa più rischiosa dell’intero viaggio, tanto che molti , dall’Europa e dagli Stati Uniti, hanno consigliato di escluderla dal programma relativo. Il Paese, infatti, è da anni dilaniato, per il controllo di risorse importanti, come diamanti, oro e uranio, da conflitti sanguinosissimi, che hanno assunto anche l’aspetto di guerre religiose, specie tra Cristiani e Mussulmani.contrappassoPer una sorta di contrappasso a questa tragica situazione, la Repubblica Centroafricana conosce, nello stesso tempo, uno dei più interessanti esperimenti di dialogo interreligioso, che vede impegnati personalità di grande rilievo come l’Arcivescovo di Bangui, nonché Presidente della Conferenza episcopale, Monsignor Dieudonnè Nzapalainga, il Presidente del Consiglio Islamico Centroafricano, l’Imam Oumar Kobine Layama, e il Presidente dell’Alleanza Islamica di quel Paese, il Pastore Nicolas Guèrèkoyamènè-Gbangou. Anche per rafforzare questo prezioso germoglio, Papa Francesco si espone ad un rischio altissimo di attentati da parte dell’Isis, specie in occasione della cerimonia di apertura del Giubileo della Misericordia, che avverrà il prossimo ventinove novembre proprio nella capitale centroafricana, con dieci giorni di anticipo rispetto alla cerimonia ufficiale di Roma, fissata per la ricorrenza dell’Immacolata.

La coraggiosa scelta pontificia, sdrammatizzata con la battuta di spirito : “andrò in Centro Africa anche con il paracadute”, spiega il significato di questo singolare Giubileo della Misericordia per la Chiesa, ma anche per l’Occidente e per l’intera Comunità mondiale, in presenza di un terrorismo assolutamente nuovo, radicato in significativi territori della Siria e dell’Iran, caduti sotto il controllo di un’organizzazione terroristica senza scrupoli. Il Papa vuole che il Giubileo serva alle persone per incontrarsi e superare l’odio con la ragione e con il sentimento,come vuole appunto la Misericordia, non per isolarsi e dividersi. Questo Giubileo è “eccentrico” rispetto alla tradizione tutta “romana” dell’Evento, non a caso ideato da Bonifacio VIII all’inizio del Trecento, come testimonia Dante in alcuni passi della Divina Commedia ( Inferno, 18, 25-33), per legare il beneficio delle indulgenze alla visita delle grandi Basiliche dell’Urbe da parte dei Pellegrini. Esso, al contrario, vuole costringere tutti a guardare verso il Sud del Mondo, per mettere in luce questioni sociali, politiche ed economiche, che vanno affrontate a viso aperto, se si vuole vincere la sfida del terrorismo e della violenza integralista. Tale sfida il Pontefice intende viverla senza alterare il suo tradizionale modo di comunicare e di interagire, anche a costo della sua personale sicurezza. E la sfida riguarda non solo l’Africa, ma l’Occidente e l’intera Comunità globale.

Crisi generale - Secondo un’antica regola di esperienza, a noi ben nota, per combattere chi vuole terrorizzare gli altri, bisogna dimostrare di non avere paura. Il terrorismo delle nostre Brigate Rosse, certamente diverso dal terrorismo con cui oggi ci confrontiamo, segnò forse la sua più evidente sconfitta nel pomeriggio di quel tragico nove maggio 1978, quando, in risposta allo scempio del cadavere di Aldo Moro, Roma conobbe, davanti al Colosseo, una delle più grandi manifestazioni di massa della sua storia. E gli esempi potrebbero continuare. Oggi, di fronte ad una crisi generale senza precedenti, manca la voce laica dell’Illuminismo e della grande Cultura romantica europea, che, nel Settecento e nei primi dell’Ottocento si mobilitarono contro il commercio transoceanico degli schiavi moderni.

Nello stesso tempo è carente ogni iniziativa politica dell’Onu, che, proprio nel Centro Africa, dovrebbe marcare la sua presenza; per non parlare dell’Unione europea, chiamata direttamente a gestire questa emergenza umanitaria del nostro tempo, assolutamente non episodica. Sulla scena mondiale, a partire dal punto più nevralgico dell’Africa, solo la figura del vecchio Pontefice viene chiamata a testimoniare la promessa del Discorso della Montagna- “Beati i Misericordiosi, poiché troveranno Misericordia”- che rivela sempre la sua dimensione metastorica nelle svolte più difficili dell’Umanità.

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